Tiroide stanca?

23 juillet 2011

Ora, grazie al genio dell’addetto alla comunicazione Abbott, c’è El Tiròn:

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E la vita ti sorride.

(Ognuno ha i suoi metodi, per ricordarsi di santificare le pilloline.)

 

Hormonal.

20 juin 2011

ovvero: piove e fa freddo. E l’umore, bisogna che segua.

Eccoci qua. In una Data Astrale qualunque, nel breve ciclo di vita di un essere umano qualsiasi. Due, all’occorrenza. Tre in divenire. Sono incinta di svariati mesi e ancora non mi sono nemmeno detta di esserne felice. Sono felice. Sempre detto che confessarselo serva a qualcosa.
Non pensavo ce l’avrei mai fatta. Nessuno lo pensava a dire il vero.

 

Ho un milione e mezzo di timori. Fondati, ne sono convinta anche se il resto del mondo mi assicura che sono inezie. Sa una sega il resto del mondo, mi dico. Quindi lo dico.
Ho paura di diventare grande e noiosa. Ho paura di essere una di quegli adulti seduti intorno al tavolo a parlare di politica quando il mondo invece è pieno di mistero e sorprese ancora da scovare.
Ho paura di essere quell’adulto che puzza di quotidiano economico e detesta il vicino perché gli ha parcheggiato a metà davanti al garage.

So di essere almeno la metà di quell’adulto lì. Perché crescendo non hai scelta, ci si diventa e si perde il fascino delle cose per strada. Un po’ perché le cose, lo si scopre, soprattutto certe cose, tutto sto fascino non ce l’hanno per davvero. Glielo si da dal nostro occasionale e fugace metro e venti di sgomento e curiosità. Ed è un peccato, perché è bello andare nel paese delle favole, ignorando il prezzo del biglietto, sbirciare nella capanna dei tre porcellini e sentirsi parte di un quotidiano che non esiste che nella tua testa. In controparte è bruttissimo guardare il muro maiolicato accanto alla tazza del cesso, e così, da un giorno all’altro, non vederci altro che una serie orribile di maioliche demodé, mentre anni prima quei quadratini erano le porte d’ingresso a cose inimmaginabili. E’ brutto quando la fantasia non ti basta più. Un po’ è anche perché le cose, in fondo, son fatte dall’uomo per l’uomo, spesso. E l’uomo, non scordiamocelo, in media è quell’adulto noioso che stira le camicie e si vergogna di andare in giro con una macchiolina di cioccolata sulla manica.

 

E non c’è via d’uscita, lo vedo con la mia nipotina. Una volta che diventi quella persona non c’è modo di tornare indietro. Sebbene si tenti di raggiungere quei luoghi, non se ne trovano che vaghi riflessi. E illudersi di averli ritrovati ci rende ridicoli. Veramente ridicoli. Non c’è niente di più triste di un adulto noioso che mostra di non esserne uno. Temo che dovrò rassegnarmi ad essere quello che le mie esperienze hanno fatto di me. E della casa dei porcellini vedere giusto l’arredamento rustico, magari rubare qualche idea da sfruttare nel mio salotto per divertire altri grandi noiosi come me. E aspettare che mia figlia capirà, tollerando il suo, di mondo, guardandolo da lontano con un binocolo insabbiato dagli anni.

Magari mi ritroverò ad invidiarla. Chissà.

Magari le chiederò di raccontarmi una storia.

Spero che avrò sempre la pazienza di chiederle la sua opinione. Di tentare di capire chi è, chi diventa. E non arrogarmi il merito di averla fatta, e di averla plasmata a mio piacimento. Spero che amerò il suo divenire. Spero di riuscire ad avere il tempo di fermarmi e guardare. Spero un sacco di cose. Le stesse che temo, probabilmente. Essere madre è una responsabilità smisurata.

E’ obbligarsi ad essere un adulto al quale gli si rimprovera troppo senso pratico e poca fantasia. Spero di poter far valere le due cose. E spero che mia figlia mi voglia bene. Per sempre, e che quando sarà arrabbiata con me e mi accuserà di non capirla, si dirà, in fondo, che non è grave. E che un giorno capirò.

E spero che mi permetterà di esserle madre, e che non lo rimpiangerà. Ma soprattutto spero che riuscirà a farmi vedere cose che non sono più capace di vedere, e mi trascinerà in quel mondo pieno di mistero che mi manca tanto e che ogni adulto dovrebbe tenere stretto a sé finché riesce.

 

Ecco. Mi son detta che questi impegni è sempre meglio prenderli in modo ufficiale, per evitare di far finta di non averli mai nemmeno pensati. Quindi li scrivo qui. E incrocio le dita.

 

 

Cifosi mentali.

24 avril 2010

 

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Ho idea di stare regredendo.

Credo di rincretinirmi. Senza un’allarmante velocità, beninteso. Mi rincretinisco lentamente e lo mostro quando tento di spiegare il mio personale modo di concepire i massimi sistemi. E’ successo ieri. Spiego spiego spiego e non mi capisco. Pare che gli altri capiscano meglio di me quello che voglio dire. Ma è preoccupante scoprire di essere gli unici a non aver colto il nocciolo del discorso che si sta facendo.

Questa è una cosa.

L’altra è che sono giunta alla conclusione che se vivessi sola sarei gobba, diabetica e in cucina si terrebbero convegni di entomologia per tentare di stabilire quali sono le razze dei nuovi bacarozzi nate dalla bislacca associazione di cibi che si crea se non si lavano i piatti da una decina di settimane.

Ho altri allarmi.

Mi stanco velocemente di più o meno tutto. A parte di ingobbire su disegni (ma non tipo questo qua sopra, eh, disegni più fichi, tanto più fichi quanto inutili, per rendere l’idea) che impiego ore a concretizzare  invece, per esempio, di ingobbire lavorando in modo omogeneo durante la settimana evitando così di lasciarmi monti di cose da fare il giorno prima, o se proprio m’è andata di lusso, due giorni prima.

L’avanzata della mia senilità si denota anche nell’approccio che ho coi figli dei vicini.

Ovviamente non ho ancora iniziato a rendermi insopportabile in modo palese, ma la specie di idrofobia che mi coglie quando i marmocchi saltano la staccionata per venire a recuperare il pallone in mezzo alle mie rose, che poi vorrei sradicare perché sono orribilmente alte, mi porta a pensare che potrei, un giorno, essere un pericolo per la salute mentale altrui, oltre che per la mia.

Insomma, a conti fatti non posso che peggiorare.

Poi.

Sono alla ventesima rilettura di Guida Galattica per Autostoppisti, alla terza di Elianto, ho abbandonato un numero imprecisato di libri meravigliosi solo per la repentina voglia di leggere qualcosa che non mi affaticasse le sinapsi e ho la convinzione che il signor Cipriano Algor (La caverna – Saramago) viva nel condominio sito in Rue Simon-Crubellier a Parigi (La vita istruzioni per l’uso – George Perec) e non si sa per quale motivo stia passando le pene dell’inferno perché decaduto dal suo antico splendore (Paradiso Perduto – John Milton – mi si perdoni l’orribile gioco di parole), e sia in seguito partito in viaggio in portogallo (Omonimo – Saramago) vittima di un’improvviso ritorno in sella del libero arbitrio (Cronosisma – Kurt Vonnegut). Ne deduco che la mia fase regressiva è alimentata da una sorta di condotta autodistruttiva che trova terreno fertile nella mia immancabile assenza di forza di volontà, e da una confusione mentale innata.

Potrei continuare per sempre, ma credo di aver fatto il punto della situazione.

Ho da aggiungere che quello che sta passando Classic 21 ora è una roba insopportabile e mi sta facendo sclerare talmente pare un disco rotto. Toh eccone un’altra.

La soul mi risulta insopportabile.

Devo controllare  se posso inserire questa nuova niu entri nel curriculum vitae di un’anziana trentenne.

Prima però, magari, lavo un paio di tazze.

 

 

 

Rabdomanzia.

1 avril 2010

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Se conoscessi gli orari dei treni

rischierei di perderne.

Toc Toc

29 mars 2010

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Tout dépend de ce qu’on veut en faire, des souvenirs.

Ch’

à Consommer Frais

8 mars 2010

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Fa piacere, delle volte, arrivare a capo di qualcosa.

 

Ch’

 

Lontano dal vicino.

22 février 2010

ovvero: come si diventa serial killer. Come si diventa cosa? Serial Killer, cazzo.
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Preambolo

Delle volte il Belgio può apparire pieno di fascino. Soprattutto se guardato attraverso le lenti di plastica della mia Holga. Vorrei poter guardare attraverso la mia Holga anche i miei vicini di casa, ma dubito che diverrebbero di colpo persone affascinanti. Sostengo piuttosto l’ipotesi che continuerebbero ad essere pazzi schizofrenici, solo leggermente plastificati.

Normalmente non credo nella fortuna, credo piuttosto al fatto che quello che uno ha lo debba alle scelte che ha fatto. Ci sono cose, però, che oltrepassano l’umana comprensione e mi portano a credere che teorie circa karma, nirvana, sfiga, macumbe, zibaldando zibaldiamo, abbiano un fondo di verità nascoste da qualche parte tra una vocale ed una consonante.

Questo perché sono trent’anni che mi capita di abitare vicino a gente che influisce in maniera negativa sulla mia vita e quella delle persone con cui abito. In parole povere, e detto con una certa schiettezza, sono trent’anni che i miei vicini di casa sono dei pazzi squilibrati, maniaci depressivi, ritardati o cerebrolesi di vario genere. Secondo i miei calcoli metafisici, nelle mia passata vita dovevo essere una vicina scassaminchia, che rispondeva molto probabilmente al nome di Genoveffa o Abelarda, ho passato tutti i miei 99 anni e mezzo (perché gli scassaminchia, si sa, non schioppano mai) con l’occhio attaccato allo spioncino del portone di casa, nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi, invece, ero portinaia di un condominio di 5 piani e mi trovavo in possesso di un volpino pettinato come Samantha Fox negli anni di gloria.

Questo sospetto mi attanaglia in questi giorni per motivi piuttosto evidenti. Mi pare d’aver già reso noto l’odio che il vicino numero 1, quello del secondo piano, porta nei miei confronti senza reale motivo e ho già spiegato l’intima passione dell’altro mio vicino di casa, quello del quarto piano, per la Filarmonica di Vienna (e prima di lui, accennai anche alla depressione suicida del precedente inquilino, sparito misteriosamente un bel giorno di maggio). Bene, non so cosa sia successo ma da un mesetto a questa parte pare che Marciò (Marcello in italiano, Mr Quarto Piano) sia di nuovo in lizza per il titolo di Novello Claudio Abbado 2010 e si senta in obbligo di condividere questa sua propensione musicale con il condominio prima di colazione, e con il quartiere subito dopo.

Per fortuna, direi, sempre che fortuna sia il termine appropriato per definire un evento simile, mi pare abbia spostato lo stereo dalla camera al salone, cosa che ha avuto un diretto impatto sul mio personale orario di sveglia e conseguente umore mattutino. Grazie a Visnù.

Capitolo I : Mata Hari

Quello che mi porta a pensare ad una macumba plurigenerazionale è la reazione della vicina dei miei genitori a questo ritorno in sella di una maledizione che pensavo essere circoscritta al solo perimetro del mio palazzo. Molto probabilmente, nella mia vita passata, ero già parte di una schiatta di portinai cacacazzi, detentori di volpini o gatti col cimurro o altre malattie contratte consciamente.

Chiamerò la mia vicina italiana, per facilitare lo sviluppo del racconto, Mata Hari, grazie alle sue acute doti d’osservazione. Bisogna precisare, con Mata, che è una vicina molto vicina. La sua casetta di marzapane, infatti, è letteralmente appiccicata alla mia casetta di tufo. Il che rende estremamente facile lo sbriciolamento di maroni reciproco. Preciso, inoltre, che Mata, un genio la Mata, ha l’intima convinzione che il rottweiler che abita con i miei genitori abbia digerito la totalità dei gattini che lei s’affaticava tanto a raccogliere dalla strada e che il suo tentativo di creare una gattara spontanea davanti al suo (e di conseguenza al nostro) portone abbia fallito a causa della fame insaziabile del nostro Fido di famiglia. Delle volte, devo ammettere, è successo che il Fido di famiglia presentasse graffi sospetti sul muso, ma la sua furbizia è talmente poco elevata che dubito sia stato il gatto a soccombere. Indipendentemente da questo, nessuno ha prove. Solo sospetti. Questi sospetti hanno permesso a Mata di sfoggiare un’arguzia micidiale, sviluppando dispetti astutissimi per rendere la vita di mia madre molto meno gradevole di quello che dovrebbe essere. Sono anni che accumula mozziconi di sigaretta davanti al nostro portone di casa. Anzi, sono quasi sicura che fumi allo scopo esclusivo di accumulare mozziconi da buttare davanti al nostro portone di casa.

Lascio dedurre in che modo lo spostamento di questi benedetti mozziconi da un tappetino all’altro abbia dato vita ad un ping pong piuttosto singolare. Aggiungo solamente che se fosse continuato ancora per un po’ sarebbe potuto entrare a pieno titolo nel novero dei giochi olimpici, insieme al curling. O in qualche guinnes dei primati dell’idiozia umana.

I miei cari parenti, per motivi indipendenti dalla presenza di Mata sul globo terrestre, hanno traslocato temporaneamente in un altro quartiere. Un bel giorno fanno pacchi pacchetti e burattini per l’occasione, e se ne vanno. Mi pare superfluo specificare che, dati i rapporti piuttosto ostici con la coppia che abita i 70 metri quardi accanto ai nostri, non si siano dati la pena di salutare cortesemente. Mata, però, cui possiamo senza troppo sbagliare attribuire almeno una parvenza di lucidità, dato che passa la sua vita sul terrazzino davanti casa per controllare come va il mondo, e poter dire a ragione veduta che così va il mondo, sa che i suoi millimetrici vicini traslocano. Lo vede. Sa leggere le scritte sui camion che vengono a prelevare mobili e sa udire le conversazioni altrui, è proprio grazie a questa evidenza che le attribuiamo con le dovute precauzioni quel quartino di intelligenza necessaria alla sopravvivenza e, all’occasione, l’appellativo di Mata Hari .

Dieci giorni dopo quel giorno ics, mia madre, seduta al tavolo della sua nuova, seppur temporanea cucina, riceve una telefonata dai carabinieri. Che potevano essere anche poliziotti ma mi piace pensare che per magagne simili siano i carabinieri a spostarsi e non poliziotti che, visto mai lo fossero, sarebbero più utili altrove.

I carabinieri, quindi, la chiamano dal suo luogo di lavoro. Le chiedono, Signora lei ha un cane? Mia madre si deve esser chiesta quante persone ricevono chiamate dalle autorità per parlare del cane che le sonnecchia di fronte, nella sua tipica ignoranza di cane. E’ un po’ la stessa sorpresa di quando ti chiama il direttore delle elementari che tuo figlio frequenta, per avvertirti che il piccolo Tommasino ha picchiato a sangue il compagno di banco. Cose così. Insomma mia madre dice che in effetti abita con un cane, che Sì, se ci tengono proprio a saperlo, è un rottweiler. Il carabiniere chiede, Signora, il suo cane è per caso scappato di casa? chiede proprio così, E’ scappato di casa? Dopo quei 30, 40 secondi di silenzio dovuti allo stupore, mia madre ha risposto, titubante, che A dire il vero, signor carabiniere, il mio cane è proprio qui davanti a me, che dorme.  Ne è sicura? Chiede, arguto, il carabiniere. Sì, sono sicura, risponde esterrefatta mia madre, Lo sente che dorme? Russa e ogni tanto fa partire qualche peto. Mia madre ha anche chiesto perché mai quell’improvviso interesse nelle sorti del nostro caro Fido familiare che non ha mai fatto male ad una mosca, anzi che non può nemmeno abbandonare il giardino di casa senza soffrire di un attacco epilettico, visto che Fido è epilettico da anni.

I carabienieri hanno difeso l’identità di colui o colei, resto vaga per la suspence, che li ha chiamati quel pomeriggio per denunciare la fuga di un pericoloso rottweiler assassino, ma è inutile anche solo stare a fare congetture o ipotizzare scenari fantascientifici, prima di giungere alla conclusione che Mata, dopo dieci giorni di pace, non sentendo più abbaiare né sgarufare in giardino, non vedendo più la cuccia, né la ciotola né altro nella loro abituale collocazione, ha logicamente concluso che Fido, (che poi è una Fida, ma soprassiedo) disgustato dal vicinato palloso, abbia impacchettato tegami e cassapanche e abbia iniziato la sua nuova vita randagia in cerca di qualche bimbo da spolpare, che il gatto lo tiene per dessert. Così, colta dalla sorpresa, nel panico del non sapere come reagire, chiama i carabinieri, ottenebrata da questa repentina catarsi.

L’epilogo è prevedibile. Maleparole, minacce di rovinare vite e ingabbiare colpevoli, accuse di malattie mentali presunte, anche se piuttosto corroborate dagli eventi e via, la vita da vicini può continuare senza intoppi.

Mia madre mi chiama, mi spiega l’accaduto, io mi altero ma senza troppo dare nell’occhio e chiedo in giro se sia possibile sciogliere gente nell’acido e farla franca. Questo prima che io incontrassi la mia futura vicina. A dire il vero avevo già dialogato con lei senza comprendere minimamente, colpa della lingua (la sua), perché conoscesse così bene la pizzeria da Giangiacomo in Piazza soppiù-come-si-chiama, che capita essere la piazza principale del mio nuovo, magnifico e apparentemente troppo idealizzato quartiere.

Capitolo 2 : Filippa

Filippa (nome in codice) la incontro all’amministrazione. Premetto che odio andare all’amministrazione, perché la gente è obbligata per forza di cose a parlarmi di argomenti che non capisco, argomenti su cui invece la gente in questione è ferratissima, il che crea un dislivello di conoscenze da cui deriva quell’atteggiamento tipico della burocrazia che pare stiano snocciolando le cose più ovvie del pianeta e i coglioni siete voi che non capite (senza tralasciare il famosissimo sguardo disgustato, barra compassionevole, dell’impiegato medio davanti al vostro sentirvi persi in una conversazione che potrebbe benissimo svolgersi in finlandese, tanto non cambierebbe quel che ne capite). Il tutto, in più, in una lingua che capisco ma che digerisco lentamente.

Filippa è l’amministrazione. Mi trovo quindi in una posizione delicatissima, in cui devo metter le cose in chiaro dall’inizio se non voglio passare per una banalissima ritardata mentale.

Filippa parla. Filippa ha una parlantina fuori dalla norma. Non lascia spazi tra le parole, biascica e tutto quel che dice ha esattamente lo stesso tono. Immaginate percepire un Vaffanculo e un Per cortesia chiuda la porta, detti sullo stesso tono e nella stessa frase. Uno si fa domande, qualsiasi sia la lingua.

Filippa fa questo, intanto. Si esprime come se avesse una palla da tennis in bocca.

Ammetto, da parte mia, di aver fatto qualcosa di non molto educato, appena entrata nel suo ufficio, ho tirato su con il naso. Avevo una goccetta e l’ho dominata così, con questo suono sgradevole che si fa quando si tira su con il naso. Cortesemente mi porge una scatola piena di Cleenex, Si serva pure, mi fa. Non so per quale bizzarro motivo, ma sciaguratamente rifiuto di servirmene. Non pensavo averne bisogno, veramente, avevo vinto la lotta e ora ero apposto. La scuote davanti a me e mi dice, di nuovo, Prenda un fazzolettino. Il tono, come avevo già premesso, era lo stesso, e quindi pensando che non avesse proprio carpito il mio rifiuto precedente, lo ribadisco. Non ne ho proprio bisogno, la goccetta è sparita e dubito di avere caccoline sparse per il naso. Ho controllato, non ne avevo.

All’ennesima scossa del pacchetto e l’ennesimo monocorde Prenda un fazzolettino, l’accontento, e velocemente.

Ammetto di essere facilmente impressionabile. Mi stupisco di un mare di cose. La psicosi è una di quelle.

Glissons, mi dico, deve spiegarti cose importanti, non mandarla a cagare forse ci aiuterà nella nostra impresa. Così mi tolgo la giacca e mi metto a mio agio, ascoltando annoiata i suoi discorsi sull’assenza di personale e se prima erano in due a ballare l’alligalli adesso sono in uno a ballare l’alligalli, e Povera me non ce la faccio più che poi perché cacchio venite tutti di pomeriggio che di mattina non c’era nessuno. Perché probabilmente, rispondo, la gente tiene altro da fare che passare le mattinate a far file all’amministrazione. Le passo i fogli da compilare, li legge, scribacchia due o tre cose sul suo blocco notes di brutta e scrutando uno dei formulari mi chiede, mentre  afferra il correttore, Qui ci va un accento? punta il dito sul nome incriminato e me lo mostra. Sì, ci va, tento di replicare. In tutta risposta Filippa con un colpo di bianchetto decide che No, non ci va più. Poi inizia a parlare in una lingua che credo fosse francese, ma senza testimoni non ci giurerei. Medito di interromperla, per chiederle delucidazioni. Lo faccio, non lo faccio, rifletto, tanto è inutile che continui  a blaterare, io proprio non la seguo, ho perso il soggetto e il predicato verbale, mi resta solo un avverbio e non ci posso fare un granché. Lo faccio. La interrompo. Scusi, non è che.

Lo sguardo da triglia della Filippa si perde nel vuoto. Attraverso una grinzolina sul viso riesco a capire che è contrariata. Poi parla.

Credo di poter affermare senza troppi indugi che nessuno mi ha mai sgridato in modo così monocorde, in tutta la mia vita. E’ partita in un soliloquio decennale sul come la gente non è capace ad ascoltare, e tutti la interrompono, e non riesce a fare il suo lavoro a causa di gente come me che sono superficiali e ascoltano solo quello che vogliono ascoltare, E mio dio oltretutto sono sola, voi venite tutti il pomeriggio e io devo per forza di cose lavorare non ce la faccio più sono sull’orlo di una crisi di nervi. Mancava poco che si buttasse dalla finestra dell’ufficio. O che ce la buttassi io.

Si zittisce e continua a cancellare con il bianchetto tutti gli accenti presenti sul formulario.

Sono straniera, le spiego, non è che non so ascoltare, è che capita che non capisca.

Ah, mi fa, ecco cos’era quell’accento.

Si, non è ritardo mentale.

Impreco. Ma silenziosamente, che non se ne accorga, ancora non ha firmato un bel niente e non vorrei mi rispedisse a casa a cercare il forumlario B 439 sul diritto di asilo dello scarafaggio del 2 piano della nuova casa. Quindi sorrido e le chiedo di spiegarmi perché, con tanta caparbietà, sta spazzando via gli accenti dal mio formulario.  Spiega una cosa che poco dopo avrei cercato di riassumere e sottoporre a deduzioni logiche. Operazione che ho applicato a tutto quello che mi è stato spiegato là dentro, sebbene fosse corredato di cerchietti su fogli, sottolineature pesanti su altri, numerini scritti su post it incollati e spillati ai fogli di prima e via dicendo. Sono uscita di lì che sembravo un venditore porta a porta di enciclopedie treccani.

Una delle tanto cose che sfuggiva alla mia attenta analisi dei fatti, uscendo, era come mai quella donna, che prima voleva pugnalarmi con la matita, ora voleva passare da casa mia per portarmi un vasetto di melassa calmante, mi avesse snocciolato il menu di Pizzeria Giangiacomo, e invitato a lasciare il dossier completo nella sua cassetta delle poste, che poi me lo spediva lei, per me questo ed altro, visto che somigliavo a sua cognata Piera che è così nature e ha questo look acqua e sapone proprio come me. Che culo.

Ho sceso le scale con quella sensazione, addosso, di quando non sai se ti conviene piangere o ridere o semplicemente passare davanti a tutti gli altri impiegati con quella faccia lì che ti ritrovi, letteralmente stropicciata dalla sorpresa e dal dubbio di aver detto o fatto qualcosa di irreparabile, senza avere la più pallida idea del come e quando.

Ho chiamato la mia dolce metà e gli ho annunciato la mia solenne intenzione di non entrare mai più nell’ufficio di quella donna. Che all’epoca non sapevo ancora si chiamasse Filippa.

Due settimane dopo ero di nuovo seduta in quell’ufficio, ma nell’altra sedia, quella più vicina alla porta. Mi ha accolto con un abbraccio. Si ricordava chi fossi, dove abitassi, come si chiamasse la mia dolce metà e probabilmente, non ho indagato per terrore, avrebbe facilmente potuto ripetermi il mio numero di telefono al contrario. E’ in quel frangente che ho scoperto che Filippa sarebbe stata la mia vicina di casa. Ho iniziato a sospettarlo quando ha tirato fuori il menu della pizzeria Giangiacomo coi prezzi, dicendomi che il signor Giangiacomo è già stato avvertito del mio imminente arrivo nel quartiere. Ne sono stata sicura quando mi ha detto che mi sarebbe sicuramente passata a trovare, visto che siamo così vicine. Mi ha anche detto che questa volta mi porterà un vasetto di mughetto.

Poi s’è spruzzata una cosa sulla lingua. Questo, mi fa mostrandomi un flaconcino sprai con dei fiori dipinti sopra e principi attivi di cui ignoro l’origine, e francamente vivo bene lo stesso, è un prodotto omeopatico contro lo stress. Mi spiega che è andata in farmacia, quella dietro la Place St Lambert, che c’è una farmacia omeopatica che vende un mare di questi sprai, c’è alla vaniglia, alla melassa, al frutto della passione, alle erbe varie addirittura a questa pianta sconosciuta che è il frumpettur che la conosce solo lei e il farmacista, perché lei senza modestie, eh, è appassionata di piante, sa proprio tutto, che poi dovrebbere interessare anche me visto che sono così acqua e sapone coi miei vestiti di lana, le ricordo tanto lo stile di sua cognata Piera che è erborista e antropologa e è perfetta e fiamminga e bella e bla bla peccato per quell’allergia alla kriptonite.

Per caso volevo che mi scrivesse le coordinate della farmacia? Magari se mi lasciava il nome e gli ingredienti di quello sprai miracolo contro lo stress mi avrebbe fatto piacere? Non sono stressata, le rispondo, sono solo spaventata. Ma questo finale di frase lo tengo per me. Lei intanto ridacchia, Ah è vero, mi fa, la stressata sono io. Risatine isteriche, mette via lo sprai, non so perché ma a partire da quel momento mi sono sentita fuori pericolo. Ora ho il suo numero di telefono, il suo recapito e il suo nome, scritti su un post it minuscolo, su uno dei fogli che mi serviranno a riempire altri formulari, in futuro, accanto ad altri post it e cerchietti e scarabocchi esplicativi, e tra poche settimane traslocherò.

Mi appello alla clemenza degli dei.

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