Archive pour avril 2008

We’re fishing.

Mercredi 30 avril 2008

pittura.jpg

Tanto per mettere un titolo che non c’azzecca una mazza. Il tempo qui e’ ritornato uno di quelli che mi tiene con l’occhio incollato all’orologio e la testa ad un pensiero fisso, che suona come un quand’arriva-l’estate. Pensiero, come lo si potra’ intuire agevolmente, che resta assolutamente privo di risposte, o forse una possibile ce ne potrebbe essere, ma non e’ un orologio ad avere la capacita’ di enunciarla. Un orologio non enuncia. Che io sappia.

In ogni modo, a parte gli orari vergognosi ai quali decido coscientemente di aprire il mio sguardo sul mondo ogni sacrosanto giorno, continuo a fare sogni estremamente persuasivi. Tentenno in modo costante e a quanto pare conferisco ad un tripudio di avverbi il compito di sottolinearlo. Ci piacciono, gli avverbi. Soit.

Annuncio grandi ritorni, poi mi ritrovo a dire sippero’-ma- forse-qui. Non e’ vigliaccheria, intendiamoci, e’ proprio che ho la sensazione di stare per buttarmi in un impresa suicida. Tornare in Italia lasciando nell’ordine, la mia sicurezza piu’ grande, la possibilita’ di lavorare e guadagnare in modo decente, la possibilita’ di diventare. Per cosa? Per starmene sola soletta in un angolo a combattere quotidianamente contro la precarieta’ e meditare una rivoluzione che non avverra’ mai. Se non in poche elette teste calde. Sotto il sole, certo, in una lingua che adoro ascoltare, siamo d’accordo, vicino a gente che mi pare sia ben disposta verso un rientro in patria, occhei.

Ma basta questo, per essere felici?

In ogni caso ho sognato di essere incastrata dentro un ascensore delle dimensioni di un metro cubo. Di legno, l’ascensore. Con una possibilita’ di uscita che era posta un tantino troppo in basso per essere considerata efficace. Pare fosse l’unico modo di percorrere l’enorme labirinto in cui mi ero spontaneamente inserita. E si spostava in su in giu’, a destra e a sinistra, mostrandomi un mare di cose, di stanze, di corridoi, e i suoni da li avevano l’effetto doppler che puo’ sembrare divertente in un inizio, ma alla lunga stanca. E tutto questo perche’ cercavo l’ingresso ad un maledetto concerto. Lo stesso a cui dovevo andare a Firenze ad Aprile. E che mi hanno annullato sotto al naso. Credo di aver rosicato piu’ di quanto non pensassi. Insomma in quest’ascensore mi ci ha messo un tipo che mi diceva FIDATI FIDATI. E io mi son fidata. Brava polla.

Al mio risveglio la mia posizione era degna del miglior imbalsamatore. Una mummia, ve lo giuro, avrebbe avuto una postura piu’ scoliotica della mia. Dritta con le braccia lungo i fianchi e le gambe letteralmente annichilite, sentivo i nervetti scattare sotto ogni tentativo di movimento. Colpa dell’ascensore. Ora non so bene come interpretare il tutto. O il mio corpicino mi richiedeva via immagini poco subliminali di cambiare posizione, o l’ha assunta modellandosi al mio fantomatico ascensore mentale. Come vorrei avere tutte le risposte. E che ci sia un animapia, nel mondo, a cui porre la giusta domanda per avere la giusta risposta. Io ce l’ho, la domanda: « Vado bene per la Felicita’, di qui? » e lui dovrebbe potermi rispondere un cosa come « Si, continui a dritto, dietro la Pizzeria. ».

La pizzeria dovrebbe essere Il Babba’. Cosi ci parcheggio dietro e mi delizio nell’attesa. Nella mia fantomatica macchina da poter guidare senza patente.

Il sogno era condito, in ordine sparso, anche da un omicidio, una passatina veloce in un ristorante che somigliava piu’ ad una mensa, uno scazzo per un furto di cibo da parte della mia dolce meta’ che mi ha suscitato una reazione spropositata, e una passeggiata in un supermercato. Ma del supermercato non sono sicura. Potrebbe essere una roba vecchia che mi si ripropone or ora tanto per fare numero. Odio i supermercati.

Ci aggiungo anche un risveglio tormentato dall’alto volume della musica (classica) con cui il mio nuovo vicino decide quotidianamente di allietare le giornate di tutto il palazzo. Deve aver capito che il riverbero delle scale si adatta alla propagazione dei suoni.

Tanto per rendere note le evoluzioni che animano le mura del mio palazzo: il nuovo coinquilino e’ strano. Credo abbia dei problemi mentali. Ma veri, non perche’ abbia fatto qualche idiozia che il mio cinismo avrebbe prontamente etichettato ritardo mentale. E’ proprio strano. E la cosa non mi preoccuperebbe, se non fosse stato in grado di aprire il portone di ingresso a due perfetti sconosciuti che vista l’ora e il trascorso notturno avevano anche le sembianze di due perfetti malviventi. Lo so perche’ i due perfetti unsaccodicose erano amici miei, ma lui non poteva saperlo. Chiusi fuori casa mentre dormivo, dopo una notte all’addiaccio in un paese in cui la primavera tiene temperature miti come lo zero assoluto. Me li sono ritrovati nel soggiorno al mio risveglio. Ho sentito tirare lo sciacquone del cesso e mi sono un po’ insospettita, considerata la mia assoluta sicurezza di essere completamente sola. Loro erano sollevati e felici di ritrovarsi al calduccio, si vedeva da sotto le occhiaie scavatissime e i visi emaciati. Il mio  » ‘cazzo ci fate qui », invece, mostrava una profonda sorpresa e sottolineava una preoccupazione che giuro, mi accompagna tutt’oggi. Controllo sempre, ora, se tante volte non ci sia gente in soggiorno, quando mi sveglio. Al limite gli preparo un caffe’.

Il mio nuovo vicino fiducioso negli altri.

Non saluta mai, ma so che si fida di me, ora.

Si fida di chiunque, io non faccio eccezione, a rigor di logica.

E’ una bella cosa, no?

Gia’.

 

Devo far mettere un nuovo chiavistello al portone di casa.

Ch’.

 

Linea Gotica

Jeudi 17 avril 2008

saramagolucidita.jpgCosi’ sono tornata. Per votare.

Ho disegnato una di quelle crocette che piu’ precise non si poteva. Come se nella mia crocetta fossero riassunti tutti i voti dell’Italia intera. Come se fosse un gesto pregno di responsabilita’, solenne, importante. Ci ho messo qualche secondo buono, ci ho preso le misure. Ho calcato bene perche’ la maledetta matita copiativa fosse almeno leggibile. In altri tempi non lo avrei fatto. Ho violentato un sacco di cose, con quella croce, per primo il mio disgusto e il mio odio verso gli stessi figuri che ho cosi’ precisamente scrocettato.

AH-A. Direbbe Nelson.

Un gesto inutile. Ben tracciato, ben leggibile, ma inutile. Indipendentemente dal contenuto, indipendendemente dall’esito. Quest’anno, diversamente dagli scorsi, non mi sono documentata, prima di andare a votare, non ho letto i giornali che il minimo indispensabile per accertarmi della parvenza di programmi politici che non verranno osservati, per vedere chi si candidava, sperando di scorgere facce nuove. Il minimo indispensabile per capire a cosa corrispondessero i nuovi simboletti piazzati a random sulle schede elettorali. A niente, ho dedotto. E sono andata cosi’, a cuor leggero. Sperando che tracciare la ics sul nuovo simboletto appena cogitato del « meno peggio » mi togliesse dall’imbarazzo di dover spiegare al Belgio che cristo gli prende agli italiani.

Cosi ora non esco, non ho annunciato a nessuno del mio ritorno a Liegi, non ho voglia di dare spiegazioni. Che di spiegazioni da dare ce ne sono a palate. Il gesto e’ motivato, il gesto di stendere il tappeto rosso (doh, ma che dico rosso! facciamo tappeto tout court) sotto le scarpe doppio tacco del nano. Insomma e’ come dire che a cena hai minestra riscaldata con uno sputo vecchio e minestra riscaldata con lo sputo fresco fresco. Il problema non e’ lo sputo, alla fine a quello ti sei abituato, e’ l’unica cosa che da sapore, se vogliamo, ma ti schifa ancora l’idea di vedertelo galleggiare in superficie. Allora prendi quella cosina insipida ben mescolata e non ci pensi piu’, nutrire devi nutrirti, pensi.

 

Se il problema fosse lo sputo capirei. Ma e’ palese che sia l’unica cosa che da sapore. Ci sarebbe proprio da cambiare il menu’. Ma il menu’ non lo cambi finche’ non sei saturo. Finche’ non ti scoppia la pancia. Io credevo che fossimo li li. Invece pare che l’abitudine sia una brutta bestia e che la gente si sia convinta che veramente le uniche scelte siano quelle due li’. Un po’ perche’ non vedono i menu’ degli altri, un po’ perche’ preferiscono quello che restare a digiuno. Che se vanno in osteria, mi dico, e’ perche’ di cucinare loro non hanno la benche’ minima voglia. Ne’ la capacita’ puo’ darsi. E all’oste va bene cosi’, perche’ ovvio che se non ci fossero tutti sti avventori lui starebbe colle pezze ar culo, come si suol dire.

Cosi’ chi si stufa della minestra, invece di stare a recriminare o prendere il posto dell’oste, fa come me. Prende il suo zainetto di buone intenzioni e cambia osteria. Si rifocilla in modo piu’ o meno consistente. Ma da solo. In un tavolo a parte. Che non se lo fila nessuno. Non chiacchiera, non si lamenta, sta li. Che quasi gli viene la nostalgia. Che quasi si dice ecco cosa si potrebbe fare. L’oste lo butto fuori e sta roba gliela cucino io.

Spero solo che non si abbiano le papille gustative interrotte.

 

Mi chiamo Chiara,

sono italiana. Lo sono sempre stata. Anche in belgio, lo sono. Anche mentre parlo francese e mi mescolo con i belgi, anche quando mi sbatto per prolungare il mio permesso di soggiorno e sfrutto le loro agevolazioni salariali. Anche quando sono in un bar e bevo birra belga e imparo a riconoscere i volti che mi circondano. Anche quando guardo all’Italia con una punta di disperazione e lodo certi sistemi politici di queste parti.

Sono italiana e a discapito di quanto ho sempre affermato, a discapito del fatto che detesti l’ignoranza che ci accumuna tutti agli occhi del mondo, pure quando impreco e sputo sentenze sull’idiozia di chi ci governa, pure con Berlusconi a scaldare la seggiola imbottita della presidenza del consiglio dei ministri, anche con la morte nel cuore e le tasche vuote, io sono contenta di esserlo.

E sono convinta che non c’e’ da scegliere fra minestre sputacchiate. E che la scelta non sta sulla scheda elettorale una volta ogni due anni. Io sono italiana come loro. Ho le stesse loro capacita’ mentali. Ho due mani e due gambe, un cervello che, ci insegnano, puo’ essere allenato e sviluppato, anche risvegliato dall’atrofia. E se la scienza non si sbaglia, finche’ ho tutto questo, o anche solo una di queste cose, io POSSO cambiare le cose. E se posso io possiamo tutti. Il re e’ gia’ caduto, una volta, il fascismo pure, perche’ non li abbiamo piu’ voluti. Al suo posto s’e’ formata un’oligarchia piu’ subdola e con sistemi di rigenerazione che ricordano solo vagamente un sistema democratico. Prendere atto che con la democrazia tutto questo non c’entra nulla e’ un dovere, se e’ democrazia che si vuole.

Non e’ democrazia poter scegliere tra centenari ricchissimi che in 70 anni non hanno fatto altro che mescolare le carte in tavola e passarsi la staffetta dividendosi i benefici. Non e’ democrazia quando la politica coincide con spartizione di potere ed e’ fine a se’ stessa. Non possono chiederci di scegliere fra gente che al paese non ha mai fatto un soldino di bene. E nemmeno quando infine pare che il centenario di turno si faccia da parte e invece lo scopriamo a tirare i fili dalle retrovie.

 

Se e’ democrazia che la gente vuole. Prendiamocela. Se non con le mani con il cervello, se non con il cervello con il cuore. Quello, che io sappia, non manca a nessuno.

 

Perche’ andare a cercare altrove quello che possiamo avere a casa. La barca sta affondando, sono la prima ad averla abbandonata. E ora mi rimprovero di non aver provato a far nulla. Mi sento in colpa. Ho questa orribile sensazione di pentimento. Come vi avessi detto io me ne vado, sciocchi votatori di minestre con lo sputo, arrangiatevi da soli.

E’ un paese povero, il mio.

Povero di soldi, povero di spirito, povero di sogni.

E’ un grosso flipper impazzito.

Ma e’ il mio.

E’ la mia gente.

Sono io.

Parlano come me, si muovono come me, urlano, imprecano nella mia stessa lingua. S’incazzano per le stesse cose. Regione o paese non importa. Io sti confini non li ho mai visti. Non ho mai visto nemmeno uno stato. Ho visto solo gente. Ho visto come in mancanza di una guida dall’alto riesca a regolarsi da sola. Male, forse, siamo d’accordo. Ma ci prova. Bisognerebbe canalizzarla sta volonta’. Metterla insieme. Non voglio stare a fare discorsi che suonino come « italiani di tutto il mondo unitevi » ma se c’e’ una cosa che la vita stessa insegna e’ che ci vuole consapevolezza. Ci vuole coscienza. E un gran dono di sintesi perche’ chi la possiede per primo possa spiegarla agli altri. Chi la possiede, oggi, se ne va. Cosi’ chi resta ha solo una vaga sensazione e non riesce a metterla per iscritto. Ne’ a gridarla abbastanza forte.

Siamo come un grosso bambino. Un po’ ritardato forse. Uno di quelli con i problemi di concentrazione a cui danno Ritalin vari per farlo stare quieto. Il nostro Ritalin sono i Mass Media. E noi stiamo sonnecchiando dietro ad un banco di scuola. E ci scordiamo la lezione. Ma siamo delusi frustrati e arrabbiatissimi.

E il punto di saturazione, l’allergia da sputazzo e minestra la stiamo sviluppando. Lo so. Ci voglio credere. E’ per questo che ho pronto il mio zainetto e sto sulla strada della vecchia osteria.

Per mandare in culo l’oste.

E conto di non essere l’unica.

A presto,

Ch’.

 

 

 

 

 

 

Anestesia

Lundi 7 avril 2008

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E invece oggi solo, o quasi, un’immagine. Almeno compenso lo sconforto dell’altro giorno. Anzi, altro che immagine e basta, magari scrivo un po’ di cazzi miei, cosi’ esoricizzo la strega. Che per inciso se ne sta all’ospedale sotto anestesia a biascicare parole e tentare di riapprendere l’uso della lingua, una qualsiasi. Insomma, alla fine le paure piu’ grosse accartocciano nell’ansia quelle piu’ piccole e sparendo si portano via tutto. Meglio cosi’. Almeno si respira. Insomma. Mercoledi mi ributto sull’aereo. Ho le valige da fare, peli da eradicare, e puzze da prevenire. Mi tengo occupata. Il brusio di casa si e’ ridotto ad un respiro pesante e piu’ gradevole e finalmente posso anche riconnettere le sinapsi. Mi ero addirittura quasi scordata che si vota, fra un po’. E’ per quello poi, in fondo, che affronto la solita svolazzata e mi riduco a dover mettere il liquido delle lenti a contatto dentro un contagocce. Niente deodoranti, niente dentifricio, niente cremina che rende la mia pelle un tantino piu’ liscia e idratata. Niente acqua di rose. Niente di niente. Maledetti paranoici. Questa iper sorveglianza mette a rischio la buona riuscita delle mie relazioni sociali. E giuro che di solito corro per prendere l’aereo. Prima di partire comprero’ delle praline. Di quelle che non sai mai che c’e’ dentro, ma capita che l’interno sia liquoroso. Cercateli i vostri liquidi del cazzo. Una per una. Poi pero’ me le rimettete com’erano. Perche’ e’ ovvio che la TUA bottiglietta d’acqua, il TUO deodorante, il TUO dentifricio contengono ingredienti esplosivi che tu, visto che tanto al check in devi andare ore prima, provvederai ad assemblare nei tempo morti per creare questa nuova Hiroshima una volta partito l’aereo. Per l’occasione ti porti pure i mestolini e un po’ di recipienti di coccio, col pestello, tanto devi aspettare, gia’ che ci sei fai saltare l’aeroporto. Non fa una piega. Invece LORO nei loro bei negozietti da bottigliette d’acqua a due euro il mezzolitro l’esplosivo non ce lo mettono. Non voglio sapere il fornitore che tipi di controlli subisce per scaricare tutta quell’acqua all’interno dell’aeroporto. Perche’, mi dico, se sono COSI’ paranoici con la roba degli altri l’acqua, o la fabbrica la sicurezza stessa, molecolina dopo molecolina, oppure controllano bottiglia per bottiglia, assaggiano, annusano poi danno l’occhei col pollice in su e strizzano l’occhio, infine rimettono il tappino, rinsaldano la plastica di sicurezza per farti credere che non l’ha aperta nessuno e stanno col cuore leggero. Idem coi profumi, le bottiglie di alcolici, e cose cosi’. Infatti gli uomini della sicurezza o hanno una pelle bellissima, o sono ubriachi, l’avete notato tutti no? Ma non c’e’ da biasimarli, il loro e’ un lavoraccio. Sono proprio previdenti.

Ho deciso di portare un litro di birra, in aereo, per principio. La mettero’ in comodi contenitori da 100 ml, li inseriro’ nell’utile contenitore di plastica sperando che mantenga aroma e bollicine. Poi una volta dentro offro cicchetti a tutti. Mal comune mezzo gaudio. Offro io il gaudio.

Buon sereno variabile a tutti.

 

Ch’

 

 

Senza Fiato

Samedi 5 avril 2008

 

 

…e senza immagine, anche. Che di immagini non ne servirebbero per spiegare. Il tempo, fuori dai vetri, asseconda questa tristezza sterminata che viaggia a 200 all’ora tra Italia, Germania, Belgio indipendentemente dalle condizioni climatiche, da ora, da giorno, da stagione. E’ un autunno costante iniziato pochi giorni fa, a discapito di come gira la terra. Iniziasse a fare piroette al contrario probabilmente sempre autunno sarebbe. Ma uno senza foglie rosse, senza tramonti da strappare il fiato, senza nemmeno quella brezza improvvisa che ti ricorda che per ogni cosa che muore ce n’e’ una che sta pronta a spuntare fuori. E’ uno di quelli piovosi, senza colori, senza tempo, di quelli che si insinuano nello sformicolare che ti agita il pensiero con l’idea che il ciclo di cose che accadono abbiano questo autunno come punto di partenza e come punto di approdo. Grigio. Si pensa comunemente che le parole possano descrivere tutto, io lo pensavo per lo meno, ne ero convinta, invece mi ritrovo a vagliare l’ipotesi, all’improvviso, che soccombano, loro pure, davanti alla forza devastante di cio’ che non posso controllare. La natura non si spiega, non te lo spieghi nemmeno tu. E ti senti come se ti avessero tagliato un braccio, o le dita, quelle sei sette, variabile, che ti servono per scrivere. E ti incazzi. Ti ritrovi volente o nolente, ma senza dubbio piu’ nolente che altro, a far parte di questa sterminata catena biologica che comprende selezioni naturali, nascite e morti di esseri piu’ o meno senzienti, l’apparizioni di creature come scarafaggi e bacarozzi, che di solito ti dici che schifo e passi oltre, invece no. E’ in momenti come questi che il bacarozzo pare abbia piu’ culo di te. E se ti passa accanto non riesci a non guardarlo con una punta di invidia. E allora ti chiedi, perche’ puoi, tu a differenza dell’invertebrato che ti sozza il pavimento, chiederti cose, Grazie Natura, ti dici, ogni tanto, grazie per aver fatto di me il padrone delle mie azioni e di avermi lasciato il libero arbitrio. Poi ci ripensi, e capisci che non e’ tanto libero, sto arbitrio e ti sfavi. Insomma, ti chiedi, Se tanto e’ cosi che le cose devono andare, quale cinica mente perversa puo’ aver mai pensato di infilare nel nostro modo di subire natura fato o quanto ci possa indirizzare nelle strade che scegliamo, credendo di scegliere, la consapevolezza di quel che accade e la possibilita’, ed e’ qui che vorresti avere il nome del responsabile e strillare forte tutte le oscenita’ a cui sei capace di pensare, di soffrirne. Insomma. Ti fanno credere di essere padrone di cio’ che ti accade, passi una vita a dirti che quel che succede te lo sei bene o male scelto, giochi a fare il dio, se vuoi, con il caso e la gente, poi PAF rieccoti sottostare a roba che da te non puo’ dipendere, la natura si riprende lo scettro e ti manda a cagare senza troppi panegirici. Fanculo. Poteva almeno evitare di farmi sentire una merda. Ti dici. E ora che ti sei convinto che un Dio non esiste non sai piu’ con chi cazzo prendertela. E con cosa ti ritrovi in mano? Con uno Zingarelli di cose da dire e non una fottutissima parola che spieghi nulla di nulla. Grazie, Zingarelli, tu almeno ci hai provato.

E’ forse piu’ la rabbia di ritrovarsi muti davanti agli eventi che accompagna le catastrofi a determinarne l’ampiezza e il vuoto che scavano, dentro. E fuori. E intorno.

Passera’. Qualche strano essere sulla terra chiamato « persona » di cui non citiamo il nome perche’ quel dono che ha lui di pensare ce l’hanno tutti, ma vediamo, e’ inutile, e raramente lo si sfrutta, lui, insomma, disse Ta Panta Rei. Panta Rei dice lui, in questa lingua che non capisco ma che qualcuno capisce e ha decifrato, offrendomi la possibilita’ di rifletterci su come si offre una tazza di té. Passera’. E non solo, dice: comunque passera’ ma in piu’ e’ servito a qualcosa. E’ testimone di un equilibrio superiore. Ti fa capire che il TUO sacrificio e’ servito a qualcosa, che non e’ tempo perso. Anche se di perso c’e’ molto di piu’.

La sofferenza. Parliamone. Questa grande e bella cosa che ti fa lacrimare, quando ti fai male. E anche le mille possibilita’ che ci sono offerte circa il « farsi male » stesso, che non e’ mai solo fisico. Questa cosa che qualcuno chiama anima, altri sentimenti, altri amor proprio altri sonasega. A che serve? Io da essere senziente, guardo il bacarozzo e mi dico, a non rifare gli stessi errori, e’ a questo che serve il dolore, no? Il bacarozzo striscia, ma in salute o malato e’ probabile che incontro alla resa dei conti ci vada perche’ tutti sti ragionamenti non se li fa. Striscia sotto al mio piede, si spiaccica. Metti ce ne sono due, l’altro non sta male e soffre perche’ il compagno ha fatto una fine ingiusta, idiota chiamatela come vi pare. Sta li. Passivo, come passivo puo’ essere un invertebrato. E cosa fa? Cinque secondi dopo lo vedi fare esattamente la stessa cosa del collega. Passa sotto al mio piede, e a quel punto che fai tu? Ti fanno schifo i bacarozzi, s’e’ detto, lo schiacchi di nuovo? Lo lasci andare sperando che abbia imparato la lezione e accolga lo scampato pericolo come una benedizione? Qualunque cosa tu faccia loro non imparano. TU si. Ecco perche’ soffri, e magari lo lasci andare perche’ ti dici che se non ci pensano da soli a qualcuno tocchera’ pure farlo. Cosi tu vedi un essere che divide con te il nome di « persona » che si fa male, e lacrimi. Poi gli dai sostegno fai che vuoi, e ti dici allo stesso tempo, mai passare sotto il piede di qualche Dio burlone. La prossima volta ci pensi tu a tutti e due, e cambi strada, magari strattonando il consanguineo e portandotelo dietro, che non si sa mai. Ma quando ad accadere e’ l’inevitabile. A che cazzo serve soffrire? Cosa impari? Che hai avuto sfiga? Che la Natura ti appioppa un paio di cosette in piu’ degli altri, evviva i sentimenti, ma poi non c’ha voglia di stare a distinguere, che un po’ di lacrime fan bene a tutti?

Come posso io, amore mio piccolo e indifeso, strattonarti via da sotto al piede di chicchessia?

Fanculo di nuovo. Quel che ho scritto non ha senso. Ma non ho da giustificarmi, nemmeno quel che accade ne ha.

E’ autunno. L’ho detto. E tanto per cambiare, piove a secchiate.

Ch’

Oblivion Ocean

Mardi 1 avril 2008

 

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La resa dei conti e’ vicina.

 

Non so quanto, ma la sento di un vicino che mi faccio paura da sola. Oggi c’era il sole. Saranno questi i rari momenti di catarsi di cui posso usufruire che mi danno una mano a far chiarezza. Il cielo si sgombra, il mio cervellino pure. Fa una paura tremenda. Sara’ che a tuffi sono sempre stata una sega. Fatto sta che pare mi spintonino su questa bella passerella, a me piace pensarmi su una nave pirata, di quelle addobbate di banidere con teschi e mutandoni strappati appesi a qualche filo.
Tanto l’acqua c’e', non oggi, ma di solito c’e’.
Sara’ che l’ora solare mi ha fornito sessanta minuti in piu’ per pensare.
Sara’ che sono stufa.
Stufa di aspettare. Di non sentirmi in grado di scegliere quel che penso mi renda felice perche’ sembra sia un atto suicida. Di stare qui e aspettare il colpo di scena. Di tenere le redini in mano. Sarebbe bello se lasciassi il timone giusto il tempo di un caffe’ e sta barca andasse avanti da sola. Ma no, il timone gira come impazzito e ti piglia a schiaffi con quegli spuntoni che si ritrova. E il caffe’ te lo puoi mettere in un posto a caso di quelli ipotizzabili. Stufa pure di dipendere dalle decisioni di una overmind nella quale oltretutto mi sono sempre rifiutata di credere.

 

Si puo’ anche dare la colpa a questo Oblivion Ocean dei Pain of Salvation che mi strazia l’anima ogni sacrosanta volta, ma non e’ colpa mia. Questo sito (riferito a Bloggers nda) funziona di merda e ora sono riuscita a collegarmi. Potevi aspettare un’altro pezzo, dici, no. Mo che ci sono lo sfrutto. Eh. Abbiate pieta’. E pazienza.

 

Ho anche il messanger che sbrilluccica come impazzito ma lo ignoro, imperterrita, non sia mai che non riesca a tirar fuori il tirabile.

 

Niente, ho ceduto.
Lo dicevo, durante l’universita’, ho la forza di volonta’ di un’aspirina in un bicchier d’acqua.
Maledizione.

 

E’ notte. Non so che cazzo di tempo faccia fuori, e francamente me ne fotto.
Passo e chiudo

 

 

 

Ch’