We’re fishing.

pittura.jpg

Tanto per mettere un titolo che non c’azzecca una mazza. Il tempo qui e’ ritornato uno di quelli che mi tiene con l’occhio incollato all’orologio e la testa ad un pensiero fisso, che suona come un quand’arriva-l’estate. Pensiero, come lo si potra’ intuire agevolmente, che resta assolutamente privo di risposte, o forse una possibile ce ne potrebbe essere, ma non e’ un orologio ad avere la capacita’ di enunciarla. Un orologio non enuncia. Che io sappia.

In ogni modo, a parte gli orari vergognosi ai quali decido coscientemente di aprire il mio sguardo sul mondo ogni sacrosanto giorno, continuo a fare sogni estremamente persuasivi. Tentenno in modo costante e a quanto pare conferisco ad un tripudio di avverbi il compito di sottolinearlo. Ci piacciono, gli avverbi. Soit.

Annuncio grandi ritorni, poi mi ritrovo a dire sippero’-ma- forse-qui. Non e’ vigliaccheria, intendiamoci, e’ proprio che ho la sensazione di stare per buttarmi in un impresa suicida. Tornare in Italia lasciando nell’ordine, la mia sicurezza piu’ grande, la possibilita’ di lavorare e guadagnare in modo decente, la possibilita’ di diventare. Per cosa? Per starmene sola soletta in un angolo a combattere quotidianamente contro la precarieta’ e meditare una rivoluzione che non avverra’ mai. Se non in poche elette teste calde. Sotto il sole, certo, in una lingua che adoro ascoltare, siamo d’accordo, vicino a gente che mi pare sia ben disposta verso un rientro in patria, occhei.

Ma basta questo, per essere felici?

In ogni caso ho sognato di essere incastrata dentro un ascensore delle dimensioni di un metro cubo. Di legno, l’ascensore. Con una possibilita’ di uscita che era posta un tantino troppo in basso per essere considerata efficace. Pare fosse l’unico modo di percorrere l’enorme labirinto in cui mi ero spontaneamente inserita. E si spostava in su in giu’, a destra e a sinistra, mostrandomi un mare di cose, di stanze, di corridoi, e i suoni da li avevano l’effetto doppler che puo’ sembrare divertente in un inizio, ma alla lunga stanca. E tutto questo perche’ cercavo l’ingresso ad un maledetto concerto. Lo stesso a cui dovevo andare a Firenze ad Aprile. E che mi hanno annullato sotto al naso. Credo di aver rosicato piu’ di quanto non pensassi. Insomma in quest’ascensore mi ci ha messo un tipo che mi diceva FIDATI FIDATI. E io mi son fidata. Brava polla.

Al mio risveglio la mia posizione era degna del miglior imbalsamatore. Una mummia, ve lo giuro, avrebbe avuto una postura piu’ scoliotica della mia. Dritta con le braccia lungo i fianchi e le gambe letteralmente annichilite, sentivo i nervetti scattare sotto ogni tentativo di movimento. Colpa dell’ascensore. Ora non so bene come interpretare il tutto. O il mio corpicino mi richiedeva via immagini poco subliminali di cambiare posizione, o l’ha assunta modellandosi al mio fantomatico ascensore mentale. Come vorrei avere tutte le risposte. E che ci sia un animapia, nel mondo, a cui porre la giusta domanda per avere la giusta risposta. Io ce l’ho, la domanda: « Vado bene per la Felicita’, di qui? » e lui dovrebbe potermi rispondere un cosa come « Si, continui a dritto, dietro la Pizzeria. ».

La pizzeria dovrebbe essere Il Babba’. Cosi ci parcheggio dietro e mi delizio nell’attesa. Nella mia fantomatica macchina da poter guidare senza patente.

Il sogno era condito, in ordine sparso, anche da un omicidio, una passatina veloce in un ristorante che somigliava piu’ ad una mensa, uno scazzo per un furto di cibo da parte della mia dolce meta’ che mi ha suscitato una reazione spropositata, e una passeggiata in un supermercato. Ma del supermercato non sono sicura. Potrebbe essere una roba vecchia che mi si ripropone or ora tanto per fare numero. Odio i supermercati.

Ci aggiungo anche un risveglio tormentato dall’alto volume della musica (classica) con cui il mio nuovo vicino decide quotidianamente di allietare le giornate di tutto il palazzo. Deve aver capito che il riverbero delle scale si adatta alla propagazione dei suoni.

Tanto per rendere note le evoluzioni che animano le mura del mio palazzo: il nuovo coinquilino e’ strano. Credo abbia dei problemi mentali. Ma veri, non perche’ abbia fatto qualche idiozia che il mio cinismo avrebbe prontamente etichettato ritardo mentale. E’ proprio strano. E la cosa non mi preoccuperebbe, se non fosse stato in grado di aprire il portone di ingresso a due perfetti sconosciuti che vista l’ora e il trascorso notturno avevano anche le sembianze di due perfetti malviventi. Lo so perche’ i due perfetti unsaccodicose erano amici miei, ma lui non poteva saperlo. Chiusi fuori casa mentre dormivo, dopo una notte all’addiaccio in un paese in cui la primavera tiene temperature miti come lo zero assoluto. Me li sono ritrovati nel soggiorno al mio risveglio. Ho sentito tirare lo sciacquone del cesso e mi sono un po’ insospettita, considerata la mia assoluta sicurezza di essere completamente sola. Loro erano sollevati e felici di ritrovarsi al calduccio, si vedeva da sotto le occhiaie scavatissime e i visi emaciati. Il mio  » ‘cazzo ci fate qui », invece, mostrava una profonda sorpresa e sottolineava una preoccupazione che giuro, mi accompagna tutt’oggi. Controllo sempre, ora, se tante volte non ci sia gente in soggiorno, quando mi sveglio. Al limite gli preparo un caffe’.

Il mio nuovo vicino fiducioso negli altri.

Non saluta mai, ma so che si fida di me, ora.

Si fida di chiunque, io non faccio eccezione, a rigor di logica.

E’ una bella cosa, no?

Gia’.

 

Devo far mettere un nuovo chiavistello al portone di casa.

Ch’.

 

Laisser un commentaire