Archive pour mai 2008

Una canzone triste triste.

Mardi 27 mai 2008

Di solito quel che temo è essere costretta in una scelta e una soltanto. Ma mi hanno fatto notare che in mano ho un biglietto di sola andata, non sarà per l’aereo di domani, ma ho già la prenotazione pronta sul prossimo.

Avessi mille scelte ne farei una e tirerei come un treno.

Ne ho solo due, stavolta, partire o restare. E se parto è definitivo, dicono, se resto anche. Ho idea di essermi fregata benebene, nel caso in cui lasciarmi aperte più vie possibili fosse l’obiettivo principale. Era il caso.

E’ disumano trovarsi davanti a due sole scelte. Non capisco come ci possa essere gente che vive bene con l’idea che tutto sia due sole scelte e basta. Io mi ero costruita tutto un modo di vedere in cui potevo balzare da una possibilità all’altra come Tarzan nella giungla. Avevo anche acquisito un accento simile e il gridolino era ben rodato. Mi vedevo abilissima a trattare con le eventualità e ostacoli da evitare. Ero felice di aver compreso che quelli che dicono che non ci si puo’ guardare indietro non avevano capito un cazzo della vita. Invece cari quelli li’, potete prendermi abbondantemente per il culo, ora. Sono intrappolata.

Sono intrappolata in un posto, sono intrappolata in una scelta, sono intrappolata nell’idea che mi ero costruita di un futuro che non esiste più. Sono intrappolata pure nella paura di non avere un quadro affatto chiaro della situazione.

E ho il sentore di stare per lanciarmi dal trampolino in un doppio salto carpiato senza nemmeno saper nuotare. Immagino tuttavia che ci toccherà essere coerenti con le intenzioni esplicitate, senno’ poi non ti crede più nessuno. Quindi domani parto.

Cinque giorni, il tempo di respirare un po’ di noncuranza e far finta che tutto cio’ appartenga solo a questa parte di mondo.

Ho preso la scorta di pantaloni, qualche mutanda, le maglie primavera/estate per vestirsi a cipolla che non si sa mai. Ho preso un paio di penne, un quadernetto, ma spero non doverli usare. Lo spazzolino e qualche cremina per il viso di quelle che se non le dichiari in aereo manco ci fanno caso. Tutto qui. Non di più. Poi torno. Lascero’ la valigia a prender muffa con tutto il contenuto fino al prossimo viaggio.

Mi sento una sottospecie di corriere. Il problema è che non ho un cazzo da dire nè alla partenza nè all’arrivo. Un corriere che non serve a niente.

 

Spero solo che non se ne accorga nessuno.

 

 

 

 

Training days.

Dimanche 25 mai 2008

c022iriflessi.jpg

 

 

Ho deciso di sottoporre il mio pollice opponibile ad un corso di rieducazione.

In questi giorni sto scrivendo con una biro.

 

 

 

Quand j’étais petit, j’ai ecrit pour les Beatles.

Vendredi 23 mai 2008

E’ grasso il mio barbone senza barba.

Ha una maglietta bianca costellata di macchie di caffè fin sulla pancia. Una pancia enorme, sicuramente dilatata dalla birra e una nutrizione estremamente poco sana. Il suo sorriso si apre su due denti contati, tutti pieni di tartaro per la verità, uno sotto – immagino sia la vestige di un incisivo – l’altro gli penzola dall’arcata superiore. Pare si annoi, il dente solitario, come quando lasci dondolare i piedi dalla sedia e aspetti che qualcuno dica o faccia qualcosa.

Cosi’ sorride che sembra un puzzle appena cominciato.

Si siede sulla mia stessa panchina. Bella la sua donna, dice a Ben, seduto accanto a me, E’ la sua donna, vero? Gli viene risposto che Si, in effetti sono la sua donna. Non mi metto a sindacare sul suo, mio, donna, uomo; se ne fotterebbe.

 

E’ li seduto e ci guarda sorridente. Meglio sarebbe dire che è qui seduto, tanto è vicino, quasi ci abbraccia. Nel mio schedario Giovanni (cosi’ si chiama) è già etichettato, catalogato e messo nello scomparto pazzi rompicoglioni che non tengono una mazza da fare alle 18 del pomeriggio. Cosi’ guardo le papere del laghetto; crederà che sono assorta e mi lascerà godere nel silenzio la vista dell’étang di Ixelles. No, lui chiede come ci chiamiamo. La conversazione è avvenuta in francese, traduco per non tirarmela troppo.

-Chiara, mi chiamo, Chiara. – tendo a marcare bene il C H, viste le precedenti catastrofiche esperienze.

-Sei italiana.

-Si

-Anche io.

- …

Nel mio schedario Giovanni cambia posto, si mette nella lista di italiani depressi che a forza di stare in Belgio hanno perso il lume della ragione. E’ la pioggia, mi spiace ripetermi, ma a Macondo ne ha fatto secco più d’uno. Insomma Giovanni si chiama Giovanni, ed è italiano. Il terrore nel quale sono sprofondata mi ha distolto dalla curiosità di sapere di dove fosse, non gliel’ho mai chiesto, l’esilio gli aveva mangiato ogni sorta di accento o inflessione dialettale.

-E tu?

-Benjamin.

-Ho scritto una volta su Benjamin, conoscete?

-…

-Vuoi dire Walter Benjamin?

-Ah, lo conosci allora.

Nel mio schedario Giovanni non trova più posto. Lo tengo sospeso che non so più dove piazzarlo. Balbetto senza articolare. Avrei voluto chiedere qualcosa che somigliava ad un cortese Ma come cazzo lo conosci tu Walter Benjamin, ma penso che con tutta la buona volontà una frase simile sarebbe stata percepita in mille modi tranne che in quello cortese. Non chiedo, taccio, intanto abbandono la paperella al suo limitato destino e lo fisso. Lui parla di Benjamin e di libri che no, non puo’ avere scritto, io spalanco la bocca. Si insinua dentro di me l’ipotesi che possa aver incontrato un genio. Quello che non conosce nessuno e di cui tutti parlano, quello talmente genio che non sa lavarsi i denti né bere il caffè. Quello che non lo invita nessuno alle trasmissioni perchè è troppo genio per non essere barbone.

 

Smette di parlare di Benjamin, infine, e attacca con un Oh, finalmente fa fresco, i giorni passati era troppo caldo. Ecco, questa frase me la aspettavo prima. In realtà mi aspettavo solo quella.

Continua, purtroppo. E’ scappato fuori, dopo discorsi che mi hanno visto ricercare con lo sguardo la paperetta di poco prima, che lui ha trovato il rimedio al cancro del collo dell’utero. Insieme a Tizio Taldeitali (che poi ho chiesto conferma, quello che io chiamo Tizio Taldeitali possiede, nel racconto di Giovanni, un nome che pare si possa con coscienza attribuire ad un famoso dottore specializzato in sonasega, guardavo la paperetta) che eseguiva le operazioni guidato dal nostro Giovanni.

Me lo immagino in magliettina, con due tre macchiette di caffè a decorare il taschino sbrindellato, pantaloni bermuda che gli stringono una pancia sull’orlo dell’esplosione, e sti due denti tra i quali sibilano termini tecnici a guidare l’operato dell’eminente professore Taldeitali.

Cerca un assistente per trovare una cura per la leucemia. Dice. Se ci sono interessati fra di voi li indirizzo. Pero’ occhio, dice che non gli piace aspettare e che poi non si fa trovare. Quindi vi ho avvertiti.

Ha scritto pure Ne me quitte pas, per Brel, cose da tutti i giorni. Poi ha composto anche per France Galle e so più chi. Ha lavorato per gli Editori Riuniti, per le Edition du Sagittaire e quando era piccolo ha scritto un sacco di canzoni per i Beatles. Non mi ha detto se poi le avessero mai cantate. Magari erano quei pezzi in qui facevano lalala, o dididun. Possibile.

E’ miliardario, sostiene, ma gli dilazionano il patrimonio (e vorrei vedere) in modo tale che non abbia più di quattromila euro al mese. Minchia! esclamo, Minchia lo capisce e ride.

- Ce l’avete mica un euro?

-…

Fattostà che delusa ho ripiazzato Giovanni nel Limbo degli Italiani Frustrati Qui Ont Pété Un Cable.

Peccato.

C’ho sperato, per un attimo.

 

Quel che mi dico ora è solo un si salvi chi puo’. Metti che pétér un cable sia contagioso. Metti prenda solo gli italiani.

Metti che poi piove.

 

 

 

 

Boicottaggio.

Mercredi 21 mai 2008

Mi stanno boicottando. Non mi funziona più la connessione. Ora, e lo specifico per il poliziotto finanziere roboc(o)op, che legge queste righe con assiduità, la sto rubando.

Che non mi si venga a recriminare. Me ne fotto.

Ch’.

Madeleine #1

Mercredi 14 mai 2008

Avvertenza: Saltero’ di palo in frasca. Se siete epilettici vi conviene leggere lentamente.

 

Sto facendo un’immersione totale nei 70′s passando un po’ dagli 80′s che piacciono a me. Puccio anche io la Madeleine di Proust. Vediamo dove mi porta. Ma il thé mi fa schifo, cosi’ puccio su Youtube.

 

Combatto a colpi di Hits (che finezza) contro la dimenticanza. E devo dire che ci riesco bene. Sono passata da un Hotel California letteramente mozzafiato ad un Goodbye Stranger solare in tono con la meteo, fuori. Mi son buttata sull’ascolto dei Supertramp non si sa per quale grazie divina. Sono come le fragole, ne mangi una, poi ne azzanni un’altra. Fragole, ciliegine, arachidi, tutta roba minuscola che in bocca dura il tempo di avercela messa. Cosi sorvolo tra un Take a look at my girlfriend rimpastato in ogni salsa e il magistrale Dreamer.

Informazione di servizio: Papi, (ebbene si, proprio tu, proprio il mio), il disco degli Eagles che mi avevi passato era rovinato e non sono mai riuscita ad ascoltarlo. Mi sento come se mancasse qualcosa al completamento di un cockpit piazzato davanti ad un Concorde. Non si potrebbe rimediare?

Un decollo e’ impensabile altrimenti.

 

The Eagles, Supertramp, Dire Straits, oggi sono addirittura scesa nel guazzabuglio del pop e ci ho ritrovato un po’ di Duran Duran e di A-ha, poche cose in realta’ se non fosse stata per l’adorazione adolescenziale pittosto condivisa, direi, per un Simon L’è Bbon (riannodo, riannodo) dal vocetto caldo e suadente. Chissà che fine ha fatto tutta sta gente. E a cosa somiglia, ora. Per fortuna la morte mediatica implica una giovinezza eterna, in questi casi. Inutile suicidarsi per raggiungere un obiettivo simile. Inutile suicidarsi in ogni caso, aggiungerei, ma ognuno fa quel che meglio crede, non sto a sindacare. Tanto sulla terra, in fin dei conti, siamo troppi.

 

Anche solo i nomi mi danno sapori pieni di succo, in bocca. Iggy Pop, Lou Reed, Clapton, Dylan- gente, questa, che alla giovinezza eterna ha preferito l’immortalità tout court -, Sinatra, senza scordare l’entità Simon and Garfunkel, ce ne deve essere qualcun altro senza dubbio. Sapore di una roba che non c’e’ piu’. Ma non stantia. Non di pane vecchio, ma di vino di riserva. Pareva facile suonare, a sentire loro. Pero’ ci ho provato, non era vero.

 

Gli Extreme e il fischiettio degli Scorpions. Poi sono passata al metal. Colpa dei King Crimson, degli ELP e dei Rush. Combinati con le sedute forzate del trash di Megadeath, Metallica, Testament, Sepultura e Pantera a cui mi sottoponevano gli amici del gruppo e il mio primo grande amore. Si sa: il primograndeamore dice, tu fai. E Thrash sia. Grazie Ricca’.

 

Mentre assaporo la mia Madeleine, mi sorge il terribile dubbio che la base dell’ascesa musicale, che mi ha condotto fin dove sono, la occupi Cristina d’Avena.

Già.

Cantava di Licia, Mirko, di Pollon e di altri nomi impronunciabili dal mangiadischi di casa di Selene e Raffaele. I dischi erano i loro, ma ricordo di aver frequantato quella casa per parecchio tempo, e spesso. C’e’ da dire che Raffaele se ne fotteva, di Cristina d’Avena. E si ballava io e Selene, nel tinello. Si cantava di Creamy e Sandy dai millecolori, sperando di diventare, un giorno, almeno fiche (- Mamma, siamo a Roma, non a Milano. si dice cacare, non cagare. Fica, non figa – ) quanto loro e poterci disegnare gli abiti con la bacchetta magica e poter portare la minigonna senza quelle calze 60 denari, orribili, color pisello. Poi, inevitabilmente, si finiva col porci i grandi dilemmi della vita.

 

- Si ma se finisce la magia, che fai vai in giro nuda?

- Uh hai detto nuda!

- Eh, senza vestiti. Nuda.

- * Risatina imbarazzata*

 

L’epoca in cui pensavo che scopare fosse effettivamente dare una mano alla mamma con le pulizie di casa, e no, ovviamente, non scopavo nemmeno in quel senso. La mia pigrizia ha radici ataviche. Oppure che l’ormone fosse un’entità divina attaccata da qualche parte sul corpo dell’essere maschile (un orecchino? un braccialetto? poteva essere una buona idea per San Valentino, l’ormone nuovo?), che come le passi anche solo vicino o ti capita malauguratamente di sussurrare ormone quando c’e’ un maschio nei paraggi, questa entità si materializza e raggiunge dimensioni stratosferiche. Poi, per quanto ne sapevo io, te lo potevi portare dietro attaccato al filo come un palloncino. Avevo amiche colte io, a 11 anni. Cristina d’Avena gracchiava pure quando si parlava di cosa si poteva e non si poteva fare con un ragazzo. Noi li chiamavamo Ragazzi. E io avevo degli occhiali giganteschi. E con un Ragazzo, al limite un bacio sulla guancia se andava bene. La storia dell’ormone mi aveva impensierito, e non avrei saputo dove piazzarla in cameretta, una cosa simile, quindi cercavo di non avvicinarmi troppo, mi pare logico.

 

Non che ora sia molto cambiato. Pero’ ho una casa più grande.

 

 

Invoca, lui.

Mercredi 14 mai 2008

 

ROMA – Tra un’invocazione al « buon Dio » e un appello a sorella fortuna; ruotando intorno a una parola chiave – « la crescita » – e gettando ponti di dialogo con l’opposizione, Silvio Berlusconi spiega all’aula di Montecitorio il governo che sarà.(La Repubblica – oggi)

 

 

Cosi’, visto mai le cose andassero male, potremo dire con coscienza: Ammazza che sfiga e bestemmiare senza rimorsi.

Io intanto mi avvantaggio per il finale.

 

Blind

Mardi 13 mai 2008

velox3.jpg

 

Tanto per dire come mi sento, a parole mie.

 

 

 

123