Archive pour août 2008

AAA. Aureola cercasi.

Lundi 11 août 2008

ovvero: Oggi è Santa Chiara Vergine. Non ridete. Sono in vena di citazioni visive.

(sottofondo musicale: Human Equation – Ayreon)

Mai capito cosa c’entri AAA negli annunci urgenti. Però questo capitoletto, sebbene in apparenza non mostri un carattere d’urgenza, né abbia un contenuto allarmante, in fondo in fondo è scritto con uno stato d’animo piuttosto inquieto.

Il mio compleanno è passato, il giro di boa, come così delicatamente mi fa notare mia madre, è stato compiuto, ho trent’anni a tutti gli effetti, dove devo firmare.

Ovviamente non mi sento molto diversa da prima, mi ero preparata in anticipo all’evenienza, così è da quando ne ho 28 che mi spaccio per trentenne, tanto per vedere la reazione della gente e sentirmi dire Ooo cavolo, non li dimostri affatto. Così fra le altre cose ho pure trovato l’elisir di lunga vita: la menzogna.

E niente. Non ho scompensi di sorta, non sono depressa, non ho voluto passare il giorno del mio compleanno chiusa nel bagno a piangere, al contrario, sono uscita, ho chiamato molte delle persone a cui tengo e, con i sopravvissuti al flusso migratorio verso il nord e l’estero o a matrimoni sconvenienti e figliate improvvise, siamo andati a mangiare in un posto dove una pizza la paghi con la pensione di tua nonna dopo averne pazientemente aspettato il decesso e solo una volta decorsi i termini per approfittare dell’eredità, tanto te la fanno sudare.

Me l’ hanno rinfacciato lungamente.

Il trucco in verità, oltre a mentire voglio dire, per non farsi opprimere dall’ineluttabilità del passare del tempo, è scegliersi dei compagni di vita adeguati. Io, se non si considerano i partner con cui condividere cose anche più intime, ho sempre gli stessi da quando ho 19 anni. Come accade di solito, la gente che ci vive accanto non la si nota crescere nel lento morphing che la conduce alla vecchiaia (a meno che non sia un frugoletto di 3 giorni che nel giro di una decina d’anni diventa una specie di armadio a 4 ante, lì magari noti delle differenze), quindi di riflesso non vedo crescere me. Hanno sicuramente tante esperienze in più sulle spalle e i loro discorsi risentono dell’acquisizione di un senso pratico inevitabilmente forgiato dal continuo scegliere direzioni da prendere, ma parlano, scherzano, vedono il mondo intorno esattamente come 10 anni fa. A parte rare eccezioni (tipo Marco, che ora è buddista e mi spinge verso la perdizione sostenuto da un vigoroso e inoppugnabile ma dove sta scritto che, e dice che tutta st’ansia sia solo il mio nodo karmico da sciogliere respirando. Io l’ ho fatto, Marco, ho respirato una cifra, ma sono andata in iper-ventilazione).

Non so se questo sia veramente un punto su cui basare una gioia spensierata ed affrontare serenamente la maturazione, se non del proprio cervello, della propria pelle. Però mi aiuta. Mi ha aiutato Sabato e suppongo continuerà a farlo. Ecco perché tenterò sempre di trascorrere quel giorno con certe persone, qui, nei posti che conosco da eoni. Perché paradossalmente è proprio così che in quel giorno il tempo si ferma e le una nessuna e centomila Chiara sparpagliate per il cosmo non hanno più ragion d’essere e si pigliano le vacanze con la tredicesima, lasciandomi sola con l’unica Chiara che mi serve per essere felice.

Per lo meno fino ad oggi.

 

***

 

Sgabuzzino cosmico

Ovvero: Metto titoli per non perdere la vostra attenzione.

(sottofondo musicale: Cure for Pain – Morphine)

Una delle mie due ragguardevoli fonti di informazione letteraria mi ha regalato La Solitudine dei Numeri Primi e me lo ha confessato proprio mentre le annunciavo che alla Feltrinelli non me l’ero sentita di spenderci 15 euri.

IO – Sai, cara fonte ragguardevole di informazione letteraria, sono andata alla Feltrinelli e ho cercato i numeriprimi. Ho letto un po’ qua e un po’ là e francamente ancora devo capire perché ha vinto uno Strega, proprio vero che giusto alla Mondatori potevano far passare un pappardone simile. Roba che cercano a tutti i costi di addormentare lo spirito critico del lettore affibbiando premi a casaccio e imponendo a uno scritto qualsiasi l’aura sacra del nome di un concorso letterario, che poi vai a vedere funge più da lacrimometro che altro, e diciamocelo pure, oramai questo sistema è diventato l’unico metro di misura per catalogare quasi ogni cosa in Italia. I libri firmati, fanno ora. Roba da non crederci.

FONTE – Quella birra la bevi tutta?

 

Questo libro inizia ad avere un alone mistico tutto intorno e credo sia una forza superiore che lo voglia impiantato saldamente nella mia libreria. Quindi subisco il suo volere e lo leggerò in religioso silenzio. Magari scopro che mi sbagliavo.

Stavo anche pensando che l’ipotesi di lasciare i vestiti all’aeroporto per far passare solo i libri sia una soluzione assai scomoda. Ho notato che le mutande mi servono.

E riflettevo sull’utilità di avere accesso ad un ipotetico stanzino sospeso tra spazio e tempo con accesso esclusivo, un po’ come la stanza dalle tendone rosse di Twin Peaks: col nano che parla al contrario e l’indiano strambo a fare da bibliotecari, per poter tenere lì tutti i libri che ho la necessità di trascinarmi dietro ovunque vada (come Io non Parlo di Me di Pirandello, che per fortuna è minuscolo, almeno un libro di Saramago e i Diari Minimi di Eco – portati nell’eventualità in cui facessi una battuta geniale e la gente non capisse, così potrei fargli leggere l’origine della mia riflessione tanto esilarante e ridere grassamente insieme, dopo) (vi prego non concentratevi sull’inutilità di quanto detto, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa). Non ho bisogno di 200 metri quadrati. Mi basta proprio un porta-scope, uno sgabuzzinetto. Sono anche disposta a pagare l’affitto. E ci metterei pure i CD.

Com’è ovvio, sarebbe accessibile da qualunque posto: Italia, Belgio o Germania che sia. Una porticina disegnata sul muro con un gessetto (sì, l’idea del gessetto l’ ho presa dal Labirinto del Fauno, mi sembrava valida, ma c’è anche un po’ di cartone animato Paul e Nina) e ti ritrovi dentro questo non luogo, dove l’unica presenza certa sono i tuoi libri e magari altre poche stupidaggini che ti porti dietro in viaggio senza alcuna intenzione di usarle, ma te le porti lo stesso perché nonsisamai. Cosi ti liberi pure un po’ casa.

Va da sé che nel mio sgabuzzino cosmico anche solo l’idea di polvere non esisterebbe. Altrimenti dovrei aver a che fare con colf cosmiche, copia di chiavi cosmiche, allergie cosmiche e la storia inizierebbe ad ingarbugliarsi con il risultato di minare pericolosamente l’utilità supposta che questo meraviglioso posto avrebbe dovuto avere.

In casa mia non riesco più ad utilizzare alcune superfici piane. Come il comodino. Che poi mi domando, in quei rari momenti di lucidità, a cosa diamine serva tenere 9 libri sul comodino, 3 cataloghi fotografici e 2 blocchi notes e qualche rivista. Insomma, la sera prima di andare a dormire scegli UN libro, se vuoi leggere, sennò scrivi su UN blocco notes. Invece no, ho il panico che metti cambiassi idea e fossero le 4 di notte? Con il mio metodo, per non svegliare nessuno, basterebbe allungarsi un millimetro più in là e frugare nell’equilibrio precario che ho tanto sagacemente creato.

Se il sonno del palazzo sopravvive alla baraonda creata dal tentativo di tirar fuori un View di 3 centimetri di spessore da sotto la pila dei libri non letti, senza sfiorare quella degli da rileggere sorretta dai non finiti, in cima della quale sono pericolosamente adagiate le 2 Euro in monetine da 5 e 10 centesimi di resto racimolati in giornata ed estratte dai jeans prima di coricarmi (ecco le ripercussioni di quel sano vizio che è svuotare le tasche prima di abbandonare i pantaloni sullo scendi letto), se il palazzo resiste, dicevo, senza appendere lettere anonime e minatorie al portone di casa il mattino presto, di solito medito di prolungare l’affitto per altri 3 anni.

 

Bai.

Buone notizie

Dimanche 10 août 2008

 

Quando lavo i vestiti è come se li comprassi una seconda volta.

In pratica io vivo in saldo perenne.

Quando il tuo addome ti parla di te.

Jeudi 7 août 2008

Ovvero: ricordati di respirare alle feste.

 

Giorni fa parlavo con Marco, una delle persone con cui posso affermare senza esitare di essere cresciuta insieme. Tentava di rasserenarmi e rassicurarmi. E mi ha detto una cosa che vale la pena riportare, non fosse altro per la semplicità disarmante con la quale mi è stata riferita. Dice, Marco, che nel momento in cui la vita si complica al punto tale da non riconoscere più l’est dall’ovest né il sud dal nord, nel momento in cui la somma di tutte le scelte non dà un risultato comprensibile, nell’istante in cui anche la cosa più semplice si rivela avere un peso insopportabile, quello che si dovrebbe fare è ritornare a se stessi e ricominciare da capo, riscoprendo la cosa più istintiva e vitale che possiamo e sappiamo fare: respirare. Semplicemente. Dice Marco, Da li parte tutto, Tu respira poi vedi che il resto viene da solo.

Il respiro come legame alla vita, all’istinto, alla volontà, alla possibilità dell’uomo di decidere del proprio corpo (posso smettere di respirare, se lo voglio, quindi deduco che il fatto che continui a farlo sia frutto di una scelta più o meno consapevole) (sì, lo so, ha del surreale) e quindi legame alla scelta. E’ come il nucleo dell’atomo, o se si vuole, l’atomo stesso in questo enorme corpo complesso che è l’uomo, e se per capire l’infinitamente grande è importante conoscere l’infinitamente piccolo e via discorrendo, il respiro può essere l’atto generatore di tutti gli altri e quello senza cui questi tuttiglialtri non avrebbero né senso né forza necessaria per imporsi come tali.

Potrebbe sembrare la cosa più idiota che mi sia capitato di raffazzonare per darmi coraggio. Però stranamente ha funzionato. Mi ha riportato in mente che mantenersi in vita di per sé, è già un traguardo raggiunto. Non che sia particolarmente difficile, ma non è sicuramente la difficoltà di certe imprese a determinarne il valore. A campare sono buoni tutti, mi si potrebbe obiettare, e io potrei rispondere che Si, è vero, ma non ad averne coscienza. Immagino questo costituisca una sacrissima differenza.

Gli Yes strillano in giro per la stanza un magnifico Close to The Edge appena acquistato alla Ricordi di Roma, io, dal canto mio, sudo lievemente (cosa che, non è un segreto per nessuno, adoro fare), mia madre gironzola per la casa sbrigando faccende, Asia scava nella cuccia in giardino alla ricerca di un osso immaginario. Tutto va bene.

Intanto io deduco che siano le cose fuori a dover assumere il ritmo del mio respiro e non il contrario. Quando le cose fuori (che poi va a capire che razza di entità è lecosefuori) non ci riescono vuoi perché hanno ritmi diversi, vuoi perché hanno intensità più gravi, vuoi perché una cifra di motivi che mi si ritorcono addosso sottoforma di un’ansia oltremisura, beh, dovrebbero solo prendere strade diverse, continuare ad esistere per cazzi loro. Inutile stare ad avere i fiatoni che manco otto piani di scale.

Tutto sta nell’individuarle. Quindi respiro. E il primo che mi dice che non sto facendo un cazzo gli sputo in un occhio.

 

***

Ora cambio argomento e titolo cosi non devo stare a fare panegirici per tentare di arrivare a quel che sto per scrivere con la logica. Meglio un punto e a capo con un nuovo titolo.

Spendo soldi ma continuo a non avere un paio di pantaloni estivi.

Ovvero: smettete di portarmi alla Feltrinelli

Ieri ho cercato La Solitudine dei Numeri Primi alla Feltrinelli. L’ ho trovato. Come mia abitudine ho letto la prima pagina, una in mezzo a casaccio e la frase finale. Ho idea che le mie fonti ragguardevoli abbiano gusti letterari diversi dai miei. Ho anche dato una rapida scorsa al riassunto della trama, all’interno della copertina di cartoncino e ho deciso che è uno di quegli innumerevoli libri tutti contenuto e nessuno sforzo stilistico. Contenuto sicuramente degno di un Premio Strega, ma non abbastanza per spingere me a spenderci 15 euri.

Invece sono rimasta rapita dal titolo e l’incipit di La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie, di un Haruki Murakami che conosco solo per sentito dire. Roba che se non mi avessero spintonato a gomitate nel costato, mi sarei messa a leggere li in mezzo all’ allée degli autori dalla L e la Q e perso ogni contatto per il mondo.

(inciso musicale: Vi prego non mi passate più niente dei Within Temptation, fossi uomo mi starei martellando sui coglioni con sto Mother Earth, mo infatti metto i Genesis che mi fanno come il caffè per gli odori, annullano tutti i cattivi ascolti)

Insomma ecco: l’incipit de La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie da solo è bastato a ritenere il libro un acquisto sicuro. Sto facendo uno sforzo disumano per non iniziarlo subito. Devo finire Il Profumo, sarebbe un peccato accantonarlo per quelle 10 pagine. Anche Il Profumo ha uno stile tutto particolare. E’ una scrittura che si adatta come un guanto alle sensazioni dei personaggi. Nelle descrizioni aleggia un’aura di soggettività completamente dissimulata dietro una terza persona insospettabile. Semplicemente geniale. Come la storia che racconta, ma non mi dilungherò oltre, non volevo scrivere una recensione dettagliata sul Profumo, solo, lo consiglio.

Poi ho ancora comprato un paio di chili di altri libri (mi piace l’idea di comprare i libri al chilo, da quella fondamentale sensazione di pagnotta che la dice lunga sulla necessità dell’atto lettura). Pochi insomma, due chili, ma a Roma, con 35 gradi a mollo e un’ustione sotto le bretelle dello zaino proprio non me la sono sentita di eccedere.

Il surplus di spazio l’ ho occupato con un po’ di Cd originali che costano e pesano poco (avviso rivolto alla polizia telematica/informatica/tributaria e non so più quale: io ho SOLO cd originali, ovviamente, come chiunque. Come voi stessi, d’altronde, né più né meno.) Yes, Dream Theater (regalo di mia sorella, che continua a tornare a casa con migliaia di micro regalini adorabili, perché, sostiene, non ha idea di cosa comprarmi per i miei 30 anni. Oggi mi ha regalato delle mutande bellissime. Potrei metterle sopra i pantaloni per ovviare la defaillance della zip di cui parlo tra poche righe, ma ho paura che la gente mi giudicherebbe priva di modestia), Satriani e i primi ELP. Sono a tutti gli effetti una donna felice. Con la schiena rotta e sbucciata, ma felice.

Ero andata lì per rifarmi il guardaroba, che la zip dei pantaloni estivi ha deciso di abbandonare i binari e restare penzolante sotto al bottone. Niente di fatto, immagino rivaluterò l’utilizzo dell’ago e del filo o, alle perse, delle spille da balia. Saprete come riconoscermi.

Non so affatto come me la sbrigherò all’aeroporto con questo peso in eccesso. Lascerò i vestiti.

Per quello che servono, tanto.

Della Crusca e altri fantasmi.

Dimanche 3 août 2008

Ovvero: Il primo buon motivo per tornar restando.

 

Dubitavo fosse effettivamente il 3 Agosto 2008. Speravo fosse almeno il 3 Agosto di qualche anno fa. Invece no. Il giorno dei miei 30 anni si avvicina impietosamente, ad una di quelle velocità che ti tocchi le tasche e ti dici che hai scordato sicuramente qualcosa a casa, Aspetta qui che torno subito, oppure ti agiti sospettando di avere una verdura fra i denti, mentre aspetti qualcuno di estremamente importante che non hai mai visto prima d’oggi. In parole povere non credo affatto di esserne pronta. Ma non è quello che mi tormenta in queste caldissime giornate estive.

Quel che mi disturba credo sia molto più banalmente chiamato Noia, accompagnato da un’insistente sensazione di voler essere altrove. Altrove che si colloca in più luoghi contemporaneamente. Sia fisici che mentali, per intenderci.

Ho letto talmente tanto oggi da poter affermare di aver perso l’uso della parola. Ho anche il vago sospetto che il mio alito non sappia proprio di violetta e che sia piuttosto mortale per chiunque mi senta anche solo respirare. E’ perché leggo tacendo, come chiunque più o meno. Eccezion fatta per coloro – mi pare di averne visto qualcuno in passato – che muovono le labbra, mentre leggono. Ci ho provato anche io per spirito di emulazione. Mi chiedevo se la mia lettura potesse trarne un qualsiasi tipo di beneficio. Non mi era parso. Infatti poi ho smesso.

Ho finito di leggere Evangelisti, Tabucchi, e ho dato una sfoltita consistente a Suskind (grazie Lina). In tre giorni ho finito due libri e letteralmente risucchiato un terzo. Ho in progetto la lettura di Nietzchsche, e de « La Solitudine dei Numeri Primi », consigliatomi da ben due fonti di ragguardevole elevatura nella scala dei valori di stima che ripongo nelle persone.

La lettura è un elemento decisivo [non che mi faccia decidere in effetti, però lo scrivo: decisivo, che almeno do un’aria vagamente possibile a questa presa di posizione definitiva che non arriva, maledetta epifania monca delle mie giornate estive] nella mia lotta interiore tra tornare e restare.

Lettura e lingua.

Non voglio togliere nulla alle lingue romanze né al loro fascino, ma, e lo scrivo per quella necessità di pleonasmi che l’urgenza e il conflitto mi ispirano, al fine di rendere chiaro il già intuibile, dicevo dunque di apprezzare la lingua francese ma, la mia di lingua l’ ho talmente spolpata, rigirata, assaporata, torturata e ricostruita, re-inventata e odiata, amata, raffazzonata, massacrata, dissacrata e idolatrata che in tutta onestà non credo potrei vivere senza continuare a farlo. Aggiungendoci qualche nuovo effetto speciale, ovviamente.

Oltretutto la lettura, di questi tempi, mi sta spingendo a rivalutare anche il corretto utilizzo delle accentuazioni e di tutti quegli apici che mettiamo solitamente a casaccio senza conoscere il motivo della loro esistenza. Inizio anche a capire la ragion d’essere della punteggiatura. Sono cose che a 30 anni non immagini, eh.

La lingua quindi.

Ma, e lo ripeto, si sapeva.

Ecco perché la sola vista di una libreria mi impoverisce. Economicamente, intendiamoci.

Quindi ecco: parlando correttamente la lingua del paese in cui si vive, senza ombra di dubbio, si riesce ad essere più tranquilli, in primis, ci si sente integrati, in secondo luogo e infine si evitano quelle macabre figure di merda che ci si potrebbe rimproverare nei secoli a venire. E, voglio sperare, si ha una possibilità in più di socializzare come Cristo comanda.

A dir la verità non so se Cristo si sia mai interessato alle forme di socializzazione come le intendo io. E della Bibbia a parte un vago « andate e moltiplicatevi » con cui mi trovo piuttosto d’accordo, (preciso che l’accordo certo sta nel tentativo di compiere tale volontà così ambiguamente espressa) (poi certi ostacoli si aggirano come meglio si può – tanto, che mi risulti, la bibbia non fa nessuna menzione del lattice come arma di distruzione di massa e non rischio di trovarmi l’Onu sotto casa) a parte quella specifica frase, dicevo, non ricordo altro al riguardo. Ma voglio pensare che sia utile e che, anche se Cristo si fotteva delle socializzazioni come le intendo io, la lingua sia una componente fondamentale e imprescindibile per venire a capo di questa matassa che sto ingarbugliando in modo inverosimile. E no, preciso, non sono affatto credente. Direi piuttosto di essere credente del contrario. Mi piace così. Tu dici Dio esiste e io ti dico che no, dio, porcaccia la miseria non esiste manco un po’, e se esistesse, seguendo la logica dell’immagine e somiglianza con l’uomo e sottises varie, si esprimerebbe in quel tipo di linguaggio orribile ma universalmente comprensibile che è l’smssese, userebbe i segni aritmetici come preposizioni e sceglierebbe numeri di facile riconoscimento per coniugare il nostro verbo essere. Quindi, ne deduco che non potrebbe mai socializzare con me.

Tutto qui.

Il pippolo del tiro alla fune

Vendredi 1 août 2008

Ovvero: come sopravvivere tornando, e come fare a tornar restando

Pare sia giunto il momento di stilare un resoconto dettagliato circa un mare di cose, appurato che non ci sto capendo più nulla, e non mi oriento più né nel mare, né nelle cose. Mi pare giusto anche, tra tutto il sano parere che par parere oggi, dare un accenno della base musicale che insolitamente mi accompagna in questa pseudo-traversata nel marasma delle mie angosce, che è Hotel California. E’ un caso, ma a pensarci bene nemmeno tanto.

Intanto mi affiorano alla mente anche brani meno inquietanti che hanno più inerenza ai pensieri che mi accingo a esplicitare: brani come tornar tornar tornar lei vive solo per tornar, o era lui che vive per tornar, non importa, tanto si è capito che i problemi di sesso e soggetti non reggerebbero la forza che ci metto nel voler fare un transfer per ogni canzone che mi capita di ascoltare. Oddio, non troppo, lo dimostra che con sto John Holmes, anche con tutto lo sforzo possibile, non riesco proprio ad immedesimarmi.

Anche se in vita per il cinema vita per la moto, si potrebbe benissimo ritrovare un concetto di rincorsa dei propri sogni in una situazione psicofisica piuttosto disagiata, rincorsa in fin dei conti ben finalizzata, e si potrebbe quindi carpirne un messaggio positivo e incoraggiante. Ma anche no.

Insomma il punto della situazione eccolo. Sono intrappolata in una specie di non luogo in cui non capisco che strada prendere per affacciarmi sulla realtà di Mister Uomo e Miss Donna Chiunque. Ed è problematica, questa specie di clausura, perché mi impedisce di fare un sacco di cose, come trovarmi un lavoro degno di questo nome, di aprire un’attività, di iniziare a stabilirmi almeno mentalmente in un posto con lineamenti urbanistici ben definiti.

Sono nomade. Fisicamente, beninteso, ma soprattutto mentalmente. Ho il sano terrore di impiantarmi, il modesto dubbio di riuscirci, e l’enorme necessità, nonostante tutto, di farlo.

Da circa una settimana passo il mio tempo a tentare di ammaliare il mio senso pratico con proposte allettanti circa l’una o l’altra possibilità, che sarebbero sempre le solite da eoni: tornare o restare? Esemplificando: mi ritrovo a dirmi Oh che bella l’Italia, l’unico posto che si possa con coscienza chiamare Casa, anche i rutti hanno un suono piacevole, qui. Oppure: epperò il Belgio, pieno di opportunità, potrei addirittura tentare di sperare di sognare di diventare [ne avrei aggiunti altri ma ho esaurito le scorte di verbi al riguardo] un’artista, lì. Che palle. Non riesco a decidermi, così lascio che sia il mondo intorno, ora, ad allettarmi con quel che crede siano motivi più che validi per farmi restare. Dove non so. Il problema è che per uno strano scherzo del destino, tutti ma dico proprio tutti si sono messi in testa di dare il meglio di loro stessi nello stesso lasso di tempo.

Tanto che mi viene da pensare ad una specie di gioco del tiro alla fune, in cui io rappresenterei senza dubbi il pippolo incastrato nel mezzo della corda. Riesce anche facile pensare che il mio metodo di approccio alla questione sarebbe quello di cedere, alternando, a una buona ragione o l’altra fino a che uno dei due estremi non si decida a rompersi le palle e molli.

Ovviamente, poi, sceglierei quello.

Semplice, limpido, idiota. Tipicamente me, con tutto la terribile aura di comportamento femminile che quest’ atteggiamento si trascina dietro.

Resta il fatto che non sto tanto bene, in questo andirivieni.

Oltretutto questo Nero Media Player funziona da schifo sul Pc che sto usando. Alla chiusura di ogni pezzo sopraggiunge una chiusura forzata del programma stesso. Il che implica che se la musica riuscisse realmente ad ispirare la mia concezione letteraria qui presente per poi vedersi così castrata, potei riportare dei danni psicologici medio/lievi a causa della distrazione che questo coito interrotto mi provoca da almeno un’oretta passata a riavviare tutto con un brano diverso. Prendo fiato.

Intanto Nero ha deciso che gli Iron Maiden dovevano cessare.

Hanno cessato, ora suona il telefono.

E’ destino che questo resoconto non raggiungerà mai un punto nevralgico, con la conseguenza che non capirò mai cosa mi assilla, e non risolverò il mio grave problema di clausura.

Infostrada ne fa di guai. Non solo ti chiama per venderti cose che se tu avessi voluto ti saresti andato a cercar da solo come un bravo adulto che ha i mezzi di comunicazione necessari, ma interrompe parti mentali vitali. Potrei citarli in giudizio. Ma ho il terrore di ritrovarmi a dovermi presentare in Burkina Faso nel giusto lasso di tempo di 3 giorni, per combattere contro l’avvocato dell’Imputato Infostrada che ha pronta la macchina fotografica per ritrarmi in mutande alla fine del processo.

Credo che mi terrò la mia denuncia e seppellirò questo feto di raziocinio in qualche meandro bell’asciutto del mio voler dire, di modo che con il caldo non faccia tanta puzza.

Quindi chiudo qui con la semplice constatazione che niente di fatto, torno o resto, non lo so. Continuo a trottolare.

Hasta Manana.

Hasta Siempre.