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Lontano dal vicino.

Lundi 22 février 2010

ovvero: come si diventa serial killer. Come si diventa cosa? Serial Killer, cazzo.
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Preambolo

Delle volte il Belgio può apparire pieno di fascino. Soprattutto se guardato attraverso le lenti di plastica della mia Holga. Vorrei poter guardare attraverso la mia Holga anche i miei vicini di casa, ma dubito che diverrebbero di colpo persone affascinanti. Sostengo piuttosto l’ipotesi che continuerebbero ad essere pazzi schizofrenici, solo leggermente plastificati.

Normalmente non credo nella fortuna, credo piuttosto al fatto che quello che uno ha lo debba alle scelte che ha fatto. Ci sono cose, però, che oltrepassano l’umana comprensione e mi portano a credere che teorie circa karma, nirvana, sfiga, macumbe, zibaldando zibaldiamo, abbiano un fondo di verità nascoste da qualche parte tra una vocale ed una consonante.

Questo perché sono trent’anni che mi capita di abitare vicino a gente che influisce in maniera negativa sulla mia vita e quella delle persone con cui abito. In parole povere, e detto con una certa schiettezza, sono trent’anni che i miei vicini di casa sono dei pazzi squilibrati, maniaci depressivi, ritardati o cerebrolesi di vario genere. Secondo i miei calcoli metafisici, nelle mia passata vita dovevo essere una vicina scassaminchia, che rispondeva molto probabilmente al nome di Genoveffa o Abelarda, ho passato tutti i miei 99 anni e mezzo (perché gli scassaminchia, si sa, non schioppano mai) con l’occhio attaccato allo spioncino del portone di casa, nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi, invece, ero portinaia di un condominio di 5 piani e mi trovavo in possesso di un volpino pettinato come Samantha Fox negli anni di gloria.

Questo sospetto mi attanaglia in questi giorni per motivi piuttosto evidenti. Mi pare d’aver già reso noto l’odio che il vicino numero 1, quello del secondo piano, porta nei miei confronti senza reale motivo e ho già spiegato l’intima passione dell’altro mio vicino di casa, quello del quarto piano, per la Filarmonica di Vienna (e prima di lui, accennai anche alla depressione suicida del precedente inquilino, sparito misteriosamente un bel giorno di maggio). Bene, non so cosa sia successo ma da un mesetto a questa parte pare che Marciò (Marcello in italiano, Mr Quarto Piano) sia di nuovo in lizza per il titolo di Novello Claudio Abbado 2010 e si senta in obbligo di condividere questa sua propensione musicale con il condominio prima di colazione, e con il quartiere subito dopo.

Per fortuna, direi, sempre che fortuna sia il termine appropriato per definire un evento simile, mi pare abbia spostato lo stereo dalla camera al salone, cosa che ha avuto un diretto impatto sul mio personale orario di sveglia e conseguente umore mattutino. Grazie a Visnù.

Capitolo I : Mata Hari

Quello che mi porta a pensare ad una macumba plurigenerazionale è la reazione della vicina dei miei genitori a questo ritorno in sella di una maledizione che pensavo essere circoscritta al solo perimetro del mio palazzo. Molto probabilmente, nella mia vita passata, ero già parte di una schiatta di portinai cacacazzi, detentori di volpini o gatti col cimurro o altre malattie contratte consciamente.

Chiamerò la mia vicina italiana, per facilitare lo sviluppo del racconto, Mata Hari, grazie alle sue acute doti d’osservazione. Bisogna precisare, con Mata, che è una vicina molto vicina. La sua casetta di marzapane, infatti, è letteralmente appiccicata alla mia casetta di tufo. Il che rende estremamente facile lo sbriciolamento di maroni reciproco. Preciso, inoltre, che Mata, un genio la Mata, ha l’intima convinzione che il rottweiler che abita con i miei genitori abbia digerito la totalità dei gattini che lei s’affaticava tanto a raccogliere dalla strada e che il suo tentativo di creare una gattara spontanea davanti al suo (e di conseguenza al nostro) portone abbia fallito a causa della fame insaziabile del nostro Fido di famiglia. Delle volte, devo ammettere, è successo che il Fido di famiglia presentasse graffi sospetti sul muso, ma la sua furbizia è talmente poco elevata che dubito sia stato il gatto a soccombere. Indipendentemente da questo, nessuno ha prove. Solo sospetti. Questi sospetti hanno permesso a Mata di sfoggiare un’arguzia micidiale, sviluppando dispetti astutissimi per rendere la vita di mia madre molto meno gradevole di quello che dovrebbe essere. Sono anni che accumula mozziconi di sigaretta davanti al nostro portone di casa. Anzi, sono quasi sicura che fumi allo scopo esclusivo di accumulare mozziconi da buttare davanti al nostro portone di casa.

Lascio dedurre in che modo lo spostamento di questi benedetti mozziconi da un tappetino all’altro abbia dato vita ad un ping pong piuttosto singolare. Aggiungo solamente che se fosse continuato ancora per un po’ sarebbe potuto entrare a pieno titolo nel novero dei giochi olimpici, insieme al curling. O in qualche guinnes dei primati dell’idiozia umana.

I miei cari parenti, per motivi indipendenti dalla presenza di Mata sul globo terrestre, hanno traslocato temporaneamente in un altro quartiere. Un bel giorno fanno pacchi pacchetti e burattini per l’occasione, e se ne vanno. Mi pare superfluo specificare che, dati i rapporti piuttosto ostici con la coppia che abita i 70 metri quardi accanto ai nostri, non si siano dati la pena di salutare cortesemente. Mata, però, cui possiamo senza troppo sbagliare attribuire almeno una parvenza di lucidità, dato che passa la sua vita sul terrazzino davanti casa per controllare come va il mondo, e poter dire a ragione veduta che così va il mondo, sa che i suoi millimetrici vicini traslocano. Lo vede. Sa leggere le scritte sui camion che vengono a prelevare mobili e sa udire le conversazioni altrui, è proprio grazie a questa evidenza che le attribuiamo con le dovute precauzioni quel quartino di intelligenza necessaria alla sopravvivenza e, all’occasione, l’appellativo di Mata Hari .

Dieci giorni dopo quel giorno ics, mia madre, seduta al tavolo della sua nuova, seppur temporanea cucina, riceve una telefonata dai carabinieri. Che potevano essere anche poliziotti ma mi piace pensare che per magagne simili siano i carabinieri a spostarsi e non poliziotti che, visto mai lo fossero, sarebbero più utili altrove.

I carabinieri, quindi, la chiamano dal suo luogo di lavoro. Le chiedono, Signora lei ha un cane? Mia madre si deve esser chiesta quante persone ricevono chiamate dalle autorità per parlare del cane che le sonnecchia di fronte, nella sua tipica ignoranza di cane. E’ un po’ la stessa sorpresa di quando ti chiama il direttore delle elementari che tuo figlio frequenta, per avvertirti che il piccolo Tommasino ha picchiato a sangue il compagno di banco. Cose così. Insomma mia madre dice che in effetti abita con un cane, che Sì, se ci tengono proprio a saperlo, è un rottweiler. Il carabiniere chiede, Signora, il suo cane è per caso scappato di casa? chiede proprio così, E’ scappato di casa? Dopo quei 30, 40 secondi di silenzio dovuti allo stupore, mia madre ha risposto, titubante, che A dire il vero, signor carabiniere, il mio cane è proprio qui davanti a me, che dorme.  Ne è sicura? Chiede, arguto, il carabiniere. Sì, sono sicura, risponde esterrefatta mia madre, Lo sente che dorme? Russa e ogni tanto fa partire qualche peto. Mia madre ha anche chiesto perché mai quell’improvviso interesse nelle sorti del nostro caro Fido familiare che non ha mai fatto male ad una mosca, anzi che non può nemmeno abbandonare il giardino di casa senza soffrire di un attacco epilettico, visto che Fido è epilettico da anni.

I carabienieri hanno difeso l’identità di colui o colei, resto vaga per la suspence, che li ha chiamati quel pomeriggio per denunciare la fuga di un pericoloso rottweiler assassino, ma è inutile anche solo stare a fare congetture o ipotizzare scenari fantascientifici, prima di giungere alla conclusione che Mata, dopo dieci giorni di pace, non sentendo più abbaiare né sgarufare in giardino, non vedendo più la cuccia, né la ciotola né altro nella loro abituale collocazione, ha logicamente concluso che Fido, (che poi è una Fida, ma soprassiedo) disgustato dal vicinato palloso, abbia impacchettato tegami e cassapanche e abbia iniziato la sua nuova vita randagia in cerca di qualche bimbo da spolpare, che il gatto lo tiene per dessert. Così, colta dalla sorpresa, nel panico del non sapere come reagire, chiama i carabinieri, ottenebrata da questa repentina catarsi.

L’epilogo è prevedibile. Maleparole, minacce di rovinare vite e ingabbiare colpevoli, accuse di malattie mentali presunte, anche se piuttosto corroborate dagli eventi e via, la vita da vicini può continuare senza intoppi.

Mia madre mi chiama, mi spiega l’accaduto, io mi altero ma senza troppo dare nell’occhio e chiedo in giro se sia possibile sciogliere gente nell’acido e farla franca. Questo prima che io incontrassi la mia futura vicina. A dire il vero avevo già dialogato con lei senza comprendere minimamente, colpa della lingua (la sua), perché conoscesse così bene la pizzeria da Giangiacomo in Piazza soppiù-come-si-chiama, che capita essere la piazza principale del mio nuovo, magnifico e apparentemente troppo idealizzato quartiere.

Capitolo 2 : Filippa

Filippa (nome in codice) la incontro all’amministrazione. Premetto che odio andare all’amministrazione, perché la gente è obbligata per forza di cose a parlarmi di argomenti che non capisco, argomenti su cui invece la gente in questione è ferratissima, il che crea un dislivello di conoscenze da cui deriva quell’atteggiamento tipico della burocrazia che pare stiano snocciolando le cose più ovvie del pianeta e i coglioni siete voi che non capite (senza tralasciare il famosissimo sguardo disgustato, barra compassionevole, dell’impiegato medio davanti al vostro sentirvi persi in una conversazione che potrebbe benissimo svolgersi in finlandese, tanto non cambierebbe quel che ne capite). Il tutto, in più, in una lingua che capisco ma che digerisco lentamente.

Filippa è l’amministrazione. Mi trovo quindi in una posizione delicatissima, in cui devo metter le cose in chiaro dall’inizio se non voglio passare per una banalissima ritardata mentale.

Filippa parla. Filippa ha una parlantina fuori dalla norma. Non lascia spazi tra le parole, biascica e tutto quel che dice ha esattamente lo stesso tono. Immaginate percepire un Vaffanculo e un Per cortesia chiuda la porta, detti sullo stesso tono e nella stessa frase. Uno si fa domande, qualsiasi sia la lingua.

Filippa fa questo, intanto. Si esprime come se avesse una palla da tennis in bocca.

Ammetto, da parte mia, di aver fatto qualcosa di non molto educato, appena entrata nel suo ufficio, ho tirato su con il naso. Avevo una goccetta e l’ho dominata così, con questo suono sgradevole che si fa quando si tira su con il naso. Cortesemente mi porge una scatola piena di Cleenex, Si serva pure, mi fa. Non so per quale bizzarro motivo, ma sciaguratamente rifiuto di servirmene. Non pensavo averne bisogno, veramente, avevo vinto la lotta e ora ero apposto. La scuote davanti a me e mi dice, di nuovo, Prenda un fazzolettino. Il tono, come avevo già premesso, era lo stesso, e quindi pensando che non avesse proprio carpito il mio rifiuto precedente, lo ribadisco. Non ne ho proprio bisogno, la goccetta è sparita e dubito di avere caccoline sparse per il naso. Ho controllato, non ne avevo.

All’ennesima scossa del pacchetto e l’ennesimo monocorde Prenda un fazzolettino, l’accontento, e velocemente.

Ammetto di essere facilmente impressionabile. Mi stupisco di un mare di cose. La psicosi è una di quelle.

Glissons, mi dico, deve spiegarti cose importanti, non mandarla a cagare forse ci aiuterà nella nostra impresa. Così mi tolgo la giacca e mi metto a mio agio, ascoltando annoiata i suoi discorsi sull’assenza di personale e se prima erano in due a ballare l’alligalli adesso sono in uno a ballare l’alligalli, e Povera me non ce la faccio più che poi perché cacchio venite tutti di pomeriggio che di mattina non c’era nessuno. Perché probabilmente, rispondo, la gente tiene altro da fare che passare le mattinate a far file all’amministrazione. Le passo i fogli da compilare, li legge, scribacchia due o tre cose sul suo blocco notes di brutta e scrutando uno dei formulari mi chiede, mentre  afferra il correttore, Qui ci va un accento? punta il dito sul nome incriminato e me lo mostra. Sì, ci va, tento di replicare. In tutta risposta Filippa con un colpo di bianchetto decide che No, non ci va più. Poi inizia a parlare in una lingua che credo fosse francese, ma senza testimoni non ci giurerei. Medito di interromperla, per chiederle delucidazioni. Lo faccio, non lo faccio, rifletto, tanto è inutile che continui  a blaterare, io proprio non la seguo, ho perso il soggetto e il predicato verbale, mi resta solo un avverbio e non ci posso fare un granché. Lo faccio. La interrompo. Scusi, non è che.

Lo sguardo da triglia della Filippa si perde nel vuoto. Attraverso una grinzolina sul viso riesco a capire che è contrariata. Poi parla.

Credo di poter affermare senza troppi indugi che nessuno mi ha mai sgridato in modo così monocorde, in tutta la mia vita. E’ partita in un soliloquio decennale sul come la gente non è capace ad ascoltare, e tutti la interrompono, e non riesce a fare il suo lavoro a causa di gente come me che sono superficiali e ascoltano solo quello che vogliono ascoltare, E mio dio oltretutto sono sola, voi venite tutti il pomeriggio e io devo per forza di cose lavorare non ce la faccio più sono sull’orlo di una crisi di nervi. Mancava poco che si buttasse dalla finestra dell’ufficio. O che ce la buttassi io.

Si zittisce e continua a cancellare con il bianchetto tutti gli accenti presenti sul formulario.

Sono straniera, le spiego, non è che non so ascoltare, è che capita che non capisca.

Ah, mi fa, ecco cos’era quell’accento.

Si, non è ritardo mentale.

Impreco. Ma silenziosamente, che non se ne accorga, ancora non ha firmato un bel niente e non vorrei mi rispedisse a casa a cercare il forumlario B 439 sul diritto di asilo dello scarafaggio del 2 piano della nuova casa. Quindi sorrido e le chiedo di spiegarmi perché, con tanta caparbietà, sta spazzando via gli accenti dal mio formulario.  Spiega una cosa che poco dopo avrei cercato di riassumere e sottoporre a deduzioni logiche. Operazione che ho applicato a tutto quello che mi è stato spiegato là dentro, sebbene fosse corredato di cerchietti su fogli, sottolineature pesanti su altri, numerini scritti su post it incollati e spillati ai fogli di prima e via dicendo. Sono uscita di lì che sembravo un venditore porta a porta di enciclopedie treccani.

Una delle tanto cose che sfuggiva alla mia attenta analisi dei fatti, uscendo, era come mai quella donna, che prima voleva pugnalarmi con la matita, ora voleva passare da casa mia per portarmi un vasetto di melassa calmante, mi avesse snocciolato il menu di Pizzeria Giangiacomo, e invitato a lasciare il dossier completo nella sua cassetta delle poste, che poi me lo spediva lei, per me questo ed altro, visto che somigliavo a sua cognata Piera che è così nature e ha questo look acqua e sapone proprio come me. Che culo.

Ho sceso le scale con quella sensazione, addosso, di quando non sai se ti conviene piangere o ridere o semplicemente passare davanti a tutti gli altri impiegati con quella faccia lì che ti ritrovi, letteralmente stropicciata dalla sorpresa e dal dubbio di aver detto o fatto qualcosa di irreparabile, senza avere la più pallida idea del come e quando.

Ho chiamato la mia dolce metà e gli ho annunciato la mia solenne intenzione di non entrare mai più nell’ufficio di quella donna. Che all’epoca non sapevo ancora si chiamasse Filippa.

Due settimane dopo ero di nuovo seduta in quell’ufficio, ma nell’altra sedia, quella più vicina alla porta. Mi ha accolto con un abbraccio. Si ricordava chi fossi, dove abitassi, come si chiamasse la mia dolce metà e probabilmente, non ho indagato per terrore, avrebbe facilmente potuto ripetermi il mio numero di telefono al contrario. E’ in quel frangente che ho scoperto che Filippa sarebbe stata la mia vicina di casa. Ho iniziato a sospettarlo quando ha tirato fuori il menu della pizzeria Giangiacomo coi prezzi, dicendomi che il signor Giangiacomo è già stato avvertito del mio imminente arrivo nel quartiere. Ne sono stata sicura quando mi ha detto che mi sarebbe sicuramente passata a trovare, visto che siamo così vicine. Mi ha anche detto che questa volta mi porterà un vasetto di mughetto.

Poi s’è spruzzata una cosa sulla lingua. Questo, mi fa mostrandomi un flaconcino sprai con dei fiori dipinti sopra e principi attivi di cui ignoro l’origine, e francamente vivo bene lo stesso, è un prodotto omeopatico contro lo stress. Mi spiega che è andata in farmacia, quella dietro la Place St Lambert, che c’è una farmacia omeopatica che vende un mare di questi sprai, c’è alla vaniglia, alla melassa, al frutto della passione, alle erbe varie addirittura a questa pianta sconosciuta che è il frumpettur che la conosce solo lei e il farmacista, perché lei senza modestie, eh, è appassionata di piante, sa proprio tutto, che poi dovrebbere interessare anche me visto che sono così acqua e sapone coi miei vestiti di lana, le ricordo tanto lo stile di sua cognata Piera che è erborista e antropologa e è perfetta e fiamminga e bella e bla bla peccato per quell’allergia alla kriptonite.

Per caso volevo che mi scrivesse le coordinate della farmacia? Magari se mi lasciava il nome e gli ingredienti di quello sprai miracolo contro lo stress mi avrebbe fatto piacere? Non sono stressata, le rispondo, sono solo spaventata. Ma questo finale di frase lo tengo per me. Lei intanto ridacchia, Ah è vero, mi fa, la stressata sono io. Risatine isteriche, mette via lo sprai, non so perché ma a partire da quel momento mi sono sentita fuori pericolo. Ora ho il suo numero di telefono, il suo recapito e il suo nome, scritti su un post it minuscolo, su uno dei fogli che mi serviranno a riempire altri formulari, in futuro, accanto ad altri post it e cerchietti e scarabocchi esplicativi, e tra poche settimane traslocherò.

Mi appello alla clemenza degli dei.

Cecità?

Mercredi 8 avril 2009

ovvero: l’ennesimo epitaffio. Avrei voluto farlo più corto, ma 250 persone sono una lunga lapide da coprire.

 

A un certo punto uno si stanca di voler capire per forza. Ed è a quel punto lì che si condanna, senza se e senza ma.

Mi sembra assistere allo sviluppo della trama di in un libro di Saramago.

Da un paio di giorni si grida all’incompetenza di tale signor Bertolaso orecchie-da-mercante, e della genialità di tale signor Giuliani-Cassandra che ha pre annunciato la tragedia e non è stato ascoltato, anzi, se n’è tornato a casa con un avviso di garanzia da portare firmato dai genitori e che non si ripeta più. Personalmente non so se Giuliani abbia avuto un’enorme botta di culo, se di culi si possa parlare, o se le sue tecniche gli permetterebbero davvero di prevedere terremoti in giro per il mondo.  Mi interessa fino ad un certo punto. So che a conti fatti alla gente serviva qualcuno con cui prendersela e l’hanno trovato, i media servono piatti caldi di biasimo al primo e larghi spazi lacrimosi al secondo che non esita a rifilarci il suo ve l’avevo detto, che personalmente in casi simili, sarebbe l’ultima cosa che mi conforterebbe sentire. Io di sto Giuliani che l’aveva detto non ne vorrei più sentire parlare.

Ma alla gente serve. Perché la gente ha bisogno di un responsabile. E probabilmente stavolta ha beccato quello giusto, non voglio entrare in merito, anche se la velocità usata per puntare il dito mi lascia scettica e mi impedisce di prendere una posizione o bianco o nero. Di colpo è bastato un annuncio per trasformare l’intera popolazione in un branco di competenti geologi. In ogni caso gli scienziati, quelli veri, si stanno già scannando per decidere chi aveva ragione, non mi aggiungerò alla folla con le pietre in mano. Non ne capisco di geologia, geografia, geopolitica, geofilia: per me è già tanto se so dov’è il Burkina Faso.

Per questo sposto la mia attenzione su chi sapeva, e sa, che quella zona è ad alto rischio sismico, e sul fatto che, nonostante tutto, le case sono tirate su alla bell’e meglio e tenute insieme con lo sputo. Mi si potrebbe obiettare che il centro storico, tra le altre cose, si chiama storico perché data di qualche centinaio di anni, e all’epoca si aveva solo lo sputo per tenere insieme gli edifici. Quel che mi chiedo io è quanto prodotto salivare sia avanzato, e che titolo se ne sia accertata l’efficacia, per giungere fino ai giorni nostri putrido e infetto, al fine di tirar su pure le case dello studente, per fare un esempio.

E come sia possibile voler costruire un ponte, o una linea ferroviaria che nessuno vuole, mentre uno starnuto tira giù paesi interi. Era già successo, poco lontano, non mi si venga a raccontare che non lo si poteva sapere e che si sia naturalmente ritenuto necessario passare ad altro.

Ma la condanna di cui parlavo prima, in tutto questo, va a coloro che si sono organizzati per approfittare della situazione. Non m’ero resa conto della portata finché non ho fatto la lista.

Mi si faceva notare come impressionante fosse la forza di solidarietà che spinge milioni di italiani a voler fare qualcosa, che sia partire a infoltire le schiere della guardia civile, o donare ettolitri di sangue a oltranza, oppure organizzare raccolte di vestiti e materiale di prima necessità da inviare nelle zone terremotate, e altro che non so, ma che è sicuramente degno di risultare iscritto nei termini qualificanti la parola solidarietà. Me lo si faceva notare, perché spesso mi capita di attribuire questa qualità alla mia gente, a dire che Sì saremo anche degli idioti, ma quando c’è da rimboccarsi le mani ed aiutarci fra noi, vedi come ne siamo capaci. Infatti ho e mi danno ragione.Ma.

Leggo, su feisbuc, sui giornali, sulla rete, che Gente è andata a saccheggiare le case distrutte. Tristemente prevedibile. Crollano le mura di una casa, il contenuto viene scambiato per bene pubblico. Come spaccare un porcellino. Speri siano casi isolati e mazzuolabili con facilità, poi invece dicono che non basta, che si organizzano,  ne passano altri travestiti da agenti a lanciare allerte mendaci per liberare il campo ai saccheggiatori.  Nei villaggi, nei supermercati, negli ospedali. Saltano fuori numeri di telefono truffa,  indirizzi, conti bancari per donare sangue, soldi, vestiti. Appaiono finti sfollati che si presentano ad occupare stanze d’albergo a sbafo.

Appare di tutto.

Appare l’annunciatrice del TG1 che per un minuto intero di telegiornale e rotti si limita ad enunciare correttamente tutti i dati di ascolto dei servizi riguardanti il terremoto. O si scusa di non aver potuto offrire immagini in diretta del distastro. Lo share, brutta bestia.

E sono sicura che anche all’estero, questa disgrazia sia vista da qualcuno come l’occasione di tirarci su un bel pò di soldi.

E questo mi basta per pormi una semplice domanda. Quando si parlerà di ricostruzione, quando verranno stanziati i fondi, quando ci sarà la gara degli appalti, chi vincerà? Chi ci guadagnerà? Perché in tutta onestà non credo che lo sciacallaggio sia riservato a quei disgraziati che frugano fra le rovine.

Credo che questi siano solo ispirati, e siano un lato dello specchio che rinvia l’immagine di qualcos’altro, o qualcun altro.

E lo so che il momento non è opportuno, e che non è il problema principale, ma una volta che il caro amico Obama avrà ricostruito le nostre chiese, i nostri luoghi pubblici, a chi dovremo rendere conto? A chi dovremo pagare gli interessi di tanta generosità?

Di Cassandre, per questo, ne abbiamo avute a milioni. Alcune continuano a sbracciare e gridare dalle pagine dei libri che in pochi si danno la pena di consultare. Siamo prevedibili e disarmati.

Quel che ci serve è soprattutto una buona memoria.

Ma quella non si compra, non si dona, non si raccoglie.

 

 

sottofondo musicale: la ventola del computer. Perché il silenzio, in questi casi, è l’unica cosa che mi resta da aggiungere.

Electronic Devices

Mercredi 4 juin 2008

Ha il GPS acceso, al momento del decollo.

La moglie mi è passata davanti senza manco chiedermi: Scusi, posso? Sono liberi, o altri convenevoli del genere, necessari in un ambiente ristretto come quello di un boeing 737 in cui ti trovi costretto per forza di cose a respirare le puzze di mille altre persone. Si è insinuata con il suo grosso culo tra me e il sedile contro il quale ho strette le mie ginocchia e mi ha colpito in faccia con la borsetta firmata. Le ho gridato dietro. Di solito sono piuttosto paziente e cordiale, non sbraito, mi sembra una cosa da vecchi rimbambiti, urlare dietro le persone, e lo considero incivile. Ad ogni regola pero’ segue una doverosa eccezione, cosi’ ho deciso di strillare un qualche vaffanculo, ma non capisce. E’ fiamminga.

Suo marito, invece, mi ha detto Scusi e mi ha sorriso. L’ho lasciato passare. Non che avessi effettivamente la scelta, ma almeno nella lista di cose orribili che immaginavo sarebbero successe alla coppietta, lui deteneva il ruolo di disperato spettatore. Sedendosi si è prodigato in violente gomitate sul mio braccio, involontarie percarità, ma dolorose. Pare si stesse annodando con la cintura di sicurezza. Succede, malauguratamente, in quelle rare volte che mi arrabbio con dei perfetti sconosciuti, che il mio cuoricino continui a battere per ore, dopo, alimentando in me sentimenti di vendetta piuttosto sanguinolenti, rendendomi una personcina esageratamente sgarbata fin che morte non ci separi. Possibilmente la loro.

Nel momento in cui, nel mio fervido immaginario, strappavo via la dentiera alla Fiamminga e ce la prendevo a morsi, il maritino simpatico tira fuori un GPS. Il segnale del decollo è acceso, con tutto quello che comporta: spegnete cellulare, lettori, e ogni electronic device che possa causare interferenze col decollo o morti subitanee per motivi a noi comuni mortali ancora sconosciute.

Ora: che mi risulti un GPS è un electronic device in piena regola. E io sono incazzata come una biscia colla moglie del fiammingo simpatico. Quindi, vedendola ridacchiare come un’oca starnazzante, mi decido a rompere le balle e accenno in perfetto inglese un Cazzo fai? Quello deve stare spento. Il nonnetto mi spiega che mica interferisce, sono onde satellitari. E mi fa capire, con un entusiasmo commovente, che lui vuole solo vedere a che velocità va un aereo. Io mi guardo intorno cercando qualcuno che abbia meno pietà di me e lo insulti al posto mio.

Intercetto lo sguardo del vicino Milanese in giacca e cravatta – i nordici sono impietosi -, che prontamente gli grida dietro che Si, onde satellitari quel che gli pare, ma electronic device resta e come tale sa benissimo dove se lo puo’ mettere. Non avrei saputo dirlo in modo più elegante. Da un punto di vista prettamente cinico, è una gloria smisurata ammazzare il sorriso sulle labbra di uno che cerca di farti fesso. Si piega cosi’, di colpo, cambia tutta la faccia e cancella in un nanosecondo ogni espressione estasiata del momento prima. Nei vecchini (e specifico: nei vecchini stronzi) è anche piu’ comico, c’e’ un sacco di pellaccia che precipita, attratta dalla forza di gravità che con tutta probabilità gli ha risucchiato pure i neuroni. Quello, poi, mastica un ciuingam con una volgarità da quindicenne. Gli si deve essere attaccato ai denti, a guardarlo bene.

Il vecchino mette via il GPS con sommo scoramento e delusione. Il gingillino intanto sbraita gli ultimi consigli sulla velocità da tenere e svalvola completamente gridando di girare a destra/ nuovo calcolo della strada/ rallentare, prima dell’oblio. Per amore di cronaca, l’aereo ha decollato a 250 chilometri orari. La vecchiaccia malefica ridacchiava. Per poco. Poi ha sbraitato pure lei. Non capivo cosa biascicasse ma non ho grandi problemi ad immaginare che ci stesse insultando i morti fino a Natale.

Io ho ripreso a leggere il mio fumetto con un ghigno in faccia che se fossi stata il vecchino mi sarei data un ceffone.

Non è che ci sia una morale alla storiella. Ma credo che un po’ di cattiveria in più non guasterebbe alla mia personcina. Con la storia che mi hanno inculcato in testa circa il non fare o dire agli altri quel che ti girerebbe il culo facessero o dicessero a te, mi ritrovo ad essere una specie di martire con una pazienza infinita e le guanciotte che ricordano vagamente un pungibol del lunapark. Cosa affatto in sintonia con l’ardore che ci metto ad immaginare segretamente le morti più violente della gente che ignora questo semplice principio di convivenza.

Purtroppo resto ferma nell’idea che anche l’essere più infido e stronzo del pianeta debba piegarsi davanti ad un sorrisone e una parolina cortese. Cosi’ chiedo aiuto agli impietosi. Sono brava negli sguardi obliqui. Di quelli che catturano l’attenzione e la portano un po’ dove ti pare.

Purtroppo mi rendo conto che tale tattica non è affatto preventiva, lo dimostra la borsettata in faccia che ho preso e la rabbia che mi stringe le budella se solo ci ripenso.

Cosi’ ho deciso che mi allenero’un pochino. Dovrei ricominciare a prendere la linea #4 per andare in centro, anche se fa solo due fermate. E’ un buon campo di battaglia, non fosse per l’odore.

Se non aggiorno il blog per più di una settimana, chiamate la polizia. O un’ambulanza.

 

Quand j’étais petit, j’ai ecrit pour les Beatles.

Vendredi 23 mai 2008

E’ grasso il mio barbone senza barba.

Ha una maglietta bianca costellata di macchie di caffè fin sulla pancia. Una pancia enorme, sicuramente dilatata dalla birra e una nutrizione estremamente poco sana. Il suo sorriso si apre su due denti contati, tutti pieni di tartaro per la verità, uno sotto – immagino sia la vestige di un incisivo – l’altro gli penzola dall’arcata superiore. Pare si annoi, il dente solitario, come quando lasci dondolare i piedi dalla sedia e aspetti che qualcuno dica o faccia qualcosa.

Cosi’ sorride che sembra un puzzle appena cominciato.

Si siede sulla mia stessa panchina. Bella la sua donna, dice a Ben, seduto accanto a me, E’ la sua donna, vero? Gli viene risposto che Si, in effetti sono la sua donna. Non mi metto a sindacare sul suo, mio, donna, uomo; se ne fotterebbe.

 

E’ li seduto e ci guarda sorridente. Meglio sarebbe dire che è qui seduto, tanto è vicino, quasi ci abbraccia. Nel mio schedario Giovanni (cosi’ si chiama) è già etichettato, catalogato e messo nello scomparto pazzi rompicoglioni che non tengono una mazza da fare alle 18 del pomeriggio. Cosi’ guardo le papere del laghetto; crederà che sono assorta e mi lascerà godere nel silenzio la vista dell’étang di Ixelles. No, lui chiede come ci chiamiamo. La conversazione è avvenuta in francese, traduco per non tirarmela troppo.

-Chiara, mi chiamo, Chiara. – tendo a marcare bene il C H, viste le precedenti catastrofiche esperienze.

-Sei italiana.

-Si

-Anche io.

- …

Nel mio schedario Giovanni cambia posto, si mette nella lista di italiani depressi che a forza di stare in Belgio hanno perso il lume della ragione. E’ la pioggia, mi spiace ripetermi, ma a Macondo ne ha fatto secco più d’uno. Insomma Giovanni si chiama Giovanni, ed è italiano. Il terrore nel quale sono sprofondata mi ha distolto dalla curiosità di sapere di dove fosse, non gliel’ho mai chiesto, l’esilio gli aveva mangiato ogni sorta di accento o inflessione dialettale.

-E tu?

-Benjamin.

-Ho scritto una volta su Benjamin, conoscete?

-…

-Vuoi dire Walter Benjamin?

-Ah, lo conosci allora.

Nel mio schedario Giovanni non trova più posto. Lo tengo sospeso che non so più dove piazzarlo. Balbetto senza articolare. Avrei voluto chiedere qualcosa che somigliava ad un cortese Ma come cazzo lo conosci tu Walter Benjamin, ma penso che con tutta la buona volontà una frase simile sarebbe stata percepita in mille modi tranne che in quello cortese. Non chiedo, taccio, intanto abbandono la paperella al suo limitato destino e lo fisso. Lui parla di Benjamin e di libri che no, non puo’ avere scritto, io spalanco la bocca. Si insinua dentro di me l’ipotesi che possa aver incontrato un genio. Quello che non conosce nessuno e di cui tutti parlano, quello talmente genio che non sa lavarsi i denti né bere il caffè. Quello che non lo invita nessuno alle trasmissioni perchè è troppo genio per non essere barbone.

 

Smette di parlare di Benjamin, infine, e attacca con un Oh, finalmente fa fresco, i giorni passati era troppo caldo. Ecco, questa frase me la aspettavo prima. In realtà mi aspettavo solo quella.

Continua, purtroppo. E’ scappato fuori, dopo discorsi che mi hanno visto ricercare con lo sguardo la paperetta di poco prima, che lui ha trovato il rimedio al cancro del collo dell’utero. Insieme a Tizio Taldeitali (che poi ho chiesto conferma, quello che io chiamo Tizio Taldeitali possiede, nel racconto di Giovanni, un nome che pare si possa con coscienza attribuire ad un famoso dottore specializzato in sonasega, guardavo la paperetta) che eseguiva le operazioni guidato dal nostro Giovanni.

Me lo immagino in magliettina, con due tre macchiette di caffè a decorare il taschino sbrindellato, pantaloni bermuda che gli stringono una pancia sull’orlo dell’esplosione, e sti due denti tra i quali sibilano termini tecnici a guidare l’operato dell’eminente professore Taldeitali.

Cerca un assistente per trovare una cura per la leucemia. Dice. Se ci sono interessati fra di voi li indirizzo. Pero’ occhio, dice che non gli piace aspettare e che poi non si fa trovare. Quindi vi ho avvertiti.

Ha scritto pure Ne me quitte pas, per Brel, cose da tutti i giorni. Poi ha composto anche per France Galle e so più chi. Ha lavorato per gli Editori Riuniti, per le Edition du Sagittaire e quando era piccolo ha scritto un sacco di canzoni per i Beatles. Non mi ha detto se poi le avessero mai cantate. Magari erano quei pezzi in qui facevano lalala, o dididun. Possibile.

E’ miliardario, sostiene, ma gli dilazionano il patrimonio (e vorrei vedere) in modo tale che non abbia più di quattromila euro al mese. Minchia! esclamo, Minchia lo capisce e ride.

- Ce l’avete mica un euro?

-…

Fattostà che delusa ho ripiazzato Giovanni nel Limbo degli Italiani Frustrati Qui Ont Pété Un Cable.

Peccato.

C’ho sperato, per un attimo.

 

Quel che mi dico ora è solo un si salvi chi puo’. Metti che pétér un cable sia contagioso. Metti prenda solo gli italiani.

Metti che poi piove.