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Archive de la catégorie ‘I miei sogni sgangherati.’

The lady is a tramp

Dimanche 8 juin 2008

Ho sognato di essere una prostituta.

Il cliente pareva insaziabile, e piuttosto cicciotto e vecchiarello per i miei gusti, il classico impiegato con la camicia bianca, la cravatta scura e la chierica in testa; il mio immaginario ha pure provveduto ad affibbiargli un po’ di panzetta e ricoprirgli la fibbia della cintura di pelle di marmotta con l’adipe in eccesso. Era entusiasta, il cliente. Non dell’adipe, immagino, ma del solo fatto di essere li’ con me. Mi chiedeva, è molto che fai questo mestiere? No, gli rispondevo io, è la prima volta, e lui, Ah, strano, già parli da puttana. Mi voleva dire con tutta evidenza che ci ero portata. Ovviamente, nel sogno, avevo anche due fidanzati. Ma ero giustificata, perchè ero una specie di spia. Insomma era un sacrificio necessario, nonostante poi credo che quest’idea della spia l’abbia piazzata li per dirmi, nooo non sogni mica di prostituirti a buffo, lo fai con uno scopo. Ovviamente dell’essere agente segreto l’unica evidenza era proprio il prostituirmi, perchè di cose fiche tipo andare in giro con una pistola carica strisciando i muri non se n’è vista manco l’ombra.

Ca va sans dire che sono frustrata e mi girano pure un po’ le palle. Ho il disgusto per il genere maschile e credo che sia un vero bene che sia da sola a casa altrimenti mi vendicherei in qualche subdolo modo.

Sognavo anche che il locale piuttosto carino che a Pisa d’estate apre sulla spiaggetta dell’Arno, ma che vogliono chiudere perchè il comitato di quartiere (credo) ha deciso che è antiestetico (pare), insomma il Leningrad -questo il nome del locale- mi si presenta a casa, la mia, la vera, l’unica, a Viterbo -DlinDlon- sottoforma del suo vecchio gestore Raffaello e mi dice, ci serve il tuo giardino.

Ovviamente dal mio giardino si poteva arrivare a Venezia, dove facevo la prostituta. Inizia con la lettera V pure Viterbo, sarà un accostamento per assonanze. In ogni caso ho detto sisi fai pure -mi casa è tu casa. E quelli iniziano a trafficare e fare e dire e prendere misure  mentre mia madre obietta che non le pare che quest’idea lasci molto spazio alla sua privacy e io le dico che vuoi che sia, la tua privacy. Per una che fa la prostituta era un discorso che non faceva una piega, vende la sua intimità e ovviamente, quella degli altri, la sua casa, i suoi spazi. Usa le sue cose e i suoi affetti come usa il suo corpo. Apparentemente, non lo facevo nemmeno per soldi, ero una spia (…). Spero almeno mi abbiano offerto una birra, perchè poi non mi ricordo più niente. Per fare un po’ di psicologia da bancone: probabilmente mi è balenato in testa che certe prese di posizione, come lo puo’ essere un’ostentata disponibilità di mezzi per fini ludici oppure un altruismo apparentemente disinteressato verso gente di cui ti frega poco, possa essere una sorta di prostituzione. Dai il culo (metafora) e in cambio chiedi un’immagine di te che ti soddisfi.  Cosi tutti sono contenti. Ma tu ti trovi a far sforzi per una cazzo di immagine che ti redima dalle stronzate che fai.

A Venezia avevo un fidanzato più basso di me. Passa davanti alla camera d’albergo dove stavo « lavorando » un minuto prima mentre il cliente decide di aprire la porta il minuto dopo. Che idea malsana. Il mio fidanzato è tutto in tiro, lo vedo dallo spiraglietto della porta mentre panico in silenzio, con una completo bianco corredato di cravatta bianca e un microfonino davanti alla bocca. Accompagna un tizio nella stanza accanto alla mia e si piazza fuori a controllare che nessuno si avvicini. Deduco che il mio fidanzato basso, nel sogno, fosse una specie di buttafuori o di guardia del corpo.

Misuro un metro e 63 scarsi anche nei sogni, premetto. Strano. Insomma butto fuori il cliente panzone, faccio in tempo a sentirmi almeno minimamente sollevata, poi mi sveglio. Tardi e incazzata.

Ecco qua.

Mi alzo e prendo il caffè.

Mi toccherà affittare uno strizzacervelli. Se non altro per rimandare le frustrazioni al giorno in cui mi tireranno fuori che sono psicotica. Per cosi’ poco? sento echeggiare nell’aria. Si, per cosi’ poco, preferisco sentirmi dire di essere psicotica che assolutamente normale e continuare a fare sogni che mi cambiano il corso della giornata solo perchè ho un’immaginazione del cavolo.

Passecchiudo.

Ch’.

 

We’re fishing.

Mercredi 30 avril 2008

pittura.jpg

Tanto per mettere un titolo che non c’azzecca una mazza. Il tempo qui e’ ritornato uno di quelli che mi tiene con l’occhio incollato all’orologio e la testa ad un pensiero fisso, che suona come un quand’arriva-l’estate. Pensiero, come lo si potra’ intuire agevolmente, che resta assolutamente privo di risposte, o forse una possibile ce ne potrebbe essere, ma non e’ un orologio ad avere la capacita’ di enunciarla. Un orologio non enuncia. Che io sappia.

In ogni modo, a parte gli orari vergognosi ai quali decido coscientemente di aprire il mio sguardo sul mondo ogni sacrosanto giorno, continuo a fare sogni estremamente persuasivi. Tentenno in modo costante e a quanto pare conferisco ad un tripudio di avverbi il compito di sottolinearlo. Ci piacciono, gli avverbi. Soit.

Annuncio grandi ritorni, poi mi ritrovo a dire sippero’-ma- forse-qui. Non e’ vigliaccheria, intendiamoci, e’ proprio che ho la sensazione di stare per buttarmi in un impresa suicida. Tornare in Italia lasciando nell’ordine, la mia sicurezza piu’ grande, la possibilita’ di lavorare e guadagnare in modo decente, la possibilita’ di diventare. Per cosa? Per starmene sola soletta in un angolo a combattere quotidianamente contro la precarieta’ e meditare una rivoluzione che non avverra’ mai. Se non in poche elette teste calde. Sotto il sole, certo, in una lingua che adoro ascoltare, siamo d’accordo, vicino a gente che mi pare sia ben disposta verso un rientro in patria, occhei.

Ma basta questo, per essere felici?

In ogni caso ho sognato di essere incastrata dentro un ascensore delle dimensioni di un metro cubo. Di legno, l’ascensore. Con una possibilita’ di uscita che era posta un tantino troppo in basso per essere considerata efficace. Pare fosse l’unico modo di percorrere l’enorme labirinto in cui mi ero spontaneamente inserita. E si spostava in su in giu’, a destra e a sinistra, mostrandomi un mare di cose, di stanze, di corridoi, e i suoni da li avevano l’effetto doppler che puo’ sembrare divertente in un inizio, ma alla lunga stanca. E tutto questo perche’ cercavo l’ingresso ad un maledetto concerto. Lo stesso a cui dovevo andare a Firenze ad Aprile. E che mi hanno annullato sotto al naso. Credo di aver rosicato piu’ di quanto non pensassi. Insomma in quest’ascensore mi ci ha messo un tipo che mi diceva FIDATI FIDATI. E io mi son fidata. Brava polla.

Al mio risveglio la mia posizione era degna del miglior imbalsamatore. Una mummia, ve lo giuro, avrebbe avuto una postura piu’ scoliotica della mia. Dritta con le braccia lungo i fianchi e le gambe letteralmente annichilite, sentivo i nervetti scattare sotto ogni tentativo di movimento. Colpa dell’ascensore. Ora non so bene come interpretare il tutto. O il mio corpicino mi richiedeva via immagini poco subliminali di cambiare posizione, o l’ha assunta modellandosi al mio fantomatico ascensore mentale. Come vorrei avere tutte le risposte. E che ci sia un animapia, nel mondo, a cui porre la giusta domanda per avere la giusta risposta. Io ce l’ho, la domanda: « Vado bene per la Felicita’, di qui? » e lui dovrebbe potermi rispondere un cosa come « Si, continui a dritto, dietro la Pizzeria. ».

La pizzeria dovrebbe essere Il Babba’. Cosi ci parcheggio dietro e mi delizio nell’attesa. Nella mia fantomatica macchina da poter guidare senza patente.

Il sogno era condito, in ordine sparso, anche da un omicidio, una passatina veloce in un ristorante che somigliava piu’ ad una mensa, uno scazzo per un furto di cibo da parte della mia dolce meta’ che mi ha suscitato una reazione spropositata, e una passeggiata in un supermercato. Ma del supermercato non sono sicura. Potrebbe essere una roba vecchia che mi si ripropone or ora tanto per fare numero. Odio i supermercati.

Ci aggiungo anche un risveglio tormentato dall’alto volume della musica (classica) con cui il mio nuovo vicino decide quotidianamente di allietare le giornate di tutto il palazzo. Deve aver capito che il riverbero delle scale si adatta alla propagazione dei suoni.

Tanto per rendere note le evoluzioni che animano le mura del mio palazzo: il nuovo coinquilino e’ strano. Credo abbia dei problemi mentali. Ma veri, non perche’ abbia fatto qualche idiozia che il mio cinismo avrebbe prontamente etichettato ritardo mentale. E’ proprio strano. E la cosa non mi preoccuperebbe, se non fosse stato in grado di aprire il portone di ingresso a due perfetti sconosciuti che vista l’ora e il trascorso notturno avevano anche le sembianze di due perfetti malviventi. Lo so perche’ i due perfetti unsaccodicose erano amici miei, ma lui non poteva saperlo. Chiusi fuori casa mentre dormivo, dopo una notte all’addiaccio in un paese in cui la primavera tiene temperature miti come lo zero assoluto. Me li sono ritrovati nel soggiorno al mio risveglio. Ho sentito tirare lo sciacquone del cesso e mi sono un po’ insospettita, considerata la mia assoluta sicurezza di essere completamente sola. Loro erano sollevati e felici di ritrovarsi al calduccio, si vedeva da sotto le occhiaie scavatissime e i visi emaciati. Il mio  » ‘cazzo ci fate qui », invece, mostrava una profonda sorpresa e sottolineava una preoccupazione che giuro, mi accompagna tutt’oggi. Controllo sempre, ora, se tante volte non ci sia gente in soggiorno, quando mi sveglio. Al limite gli preparo un caffe’.

Il mio nuovo vicino fiducioso negli altri.

Non saluta mai, ma so che si fida di me, ora.

Si fida di chiunque, io non faccio eccezione, a rigor di logica.

E’ una bella cosa, no?

Gia’.

 

Devo far mettere un nuovo chiavistello al portone di casa.

Ch’.