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Il pippolo del tiro alla fune

Vendredi 1 août 2008

Ovvero: come sopravvivere tornando, e come fare a tornar restando

Pare sia giunto il momento di stilare un resoconto dettagliato circa un mare di cose, appurato che non ci sto capendo più nulla, e non mi oriento più né nel mare, né nelle cose. Mi pare giusto anche, tra tutto il sano parere che par parere oggi, dare un accenno della base musicale che insolitamente mi accompagna in questa pseudo-traversata nel marasma delle mie angosce, che è Hotel California. E’ un caso, ma a pensarci bene nemmeno tanto.

Intanto mi affiorano alla mente anche brani meno inquietanti che hanno più inerenza ai pensieri che mi accingo a esplicitare: brani come tornar tornar tornar lei vive solo per tornar, o era lui che vive per tornar, non importa, tanto si è capito che i problemi di sesso e soggetti non reggerebbero la forza che ci metto nel voler fare un transfer per ogni canzone che mi capita di ascoltare. Oddio, non troppo, lo dimostra che con sto John Holmes, anche con tutto lo sforzo possibile, non riesco proprio ad immedesimarmi.

Anche se in vita per il cinema vita per la moto, si potrebbe benissimo ritrovare un concetto di rincorsa dei propri sogni in una situazione psicofisica piuttosto disagiata, rincorsa in fin dei conti ben finalizzata, e si potrebbe quindi carpirne un messaggio positivo e incoraggiante. Ma anche no.

Insomma il punto della situazione eccolo. Sono intrappolata in una specie di non luogo in cui non capisco che strada prendere per affacciarmi sulla realtà di Mister Uomo e Miss Donna Chiunque. Ed è problematica, questa specie di clausura, perché mi impedisce di fare un sacco di cose, come trovarmi un lavoro degno di questo nome, di aprire un’attività, di iniziare a stabilirmi almeno mentalmente in un posto con lineamenti urbanistici ben definiti.

Sono nomade. Fisicamente, beninteso, ma soprattutto mentalmente. Ho il sano terrore di impiantarmi, il modesto dubbio di riuscirci, e l’enorme necessità, nonostante tutto, di farlo.

Da circa una settimana passo il mio tempo a tentare di ammaliare il mio senso pratico con proposte allettanti circa l’una o l’altra possibilità, che sarebbero sempre le solite da eoni: tornare o restare? Esemplificando: mi ritrovo a dirmi Oh che bella l’Italia, l’unico posto che si possa con coscienza chiamare Casa, anche i rutti hanno un suono piacevole, qui. Oppure: epperò il Belgio, pieno di opportunità, potrei addirittura tentare di sperare di sognare di diventare [ne avrei aggiunti altri ma ho esaurito le scorte di verbi al riguardo] un’artista, lì. Che palle. Non riesco a decidermi, così lascio che sia il mondo intorno, ora, ad allettarmi con quel che crede siano motivi più che validi per farmi restare. Dove non so. Il problema è che per uno strano scherzo del destino, tutti ma dico proprio tutti si sono messi in testa di dare il meglio di loro stessi nello stesso lasso di tempo.

Tanto che mi viene da pensare ad una specie di gioco del tiro alla fune, in cui io rappresenterei senza dubbi il pippolo incastrato nel mezzo della corda. Riesce anche facile pensare che il mio metodo di approccio alla questione sarebbe quello di cedere, alternando, a una buona ragione o l’altra fino a che uno dei due estremi non si decida a rompersi le palle e molli.

Ovviamente, poi, sceglierei quello.

Semplice, limpido, idiota. Tipicamente me, con tutto la terribile aura di comportamento femminile che quest’ atteggiamento si trascina dietro.

Resta il fatto che non sto tanto bene, in questo andirivieni.

Oltretutto questo Nero Media Player funziona da schifo sul Pc che sto usando. Alla chiusura di ogni pezzo sopraggiunge una chiusura forzata del programma stesso. Il che implica che se la musica riuscisse realmente ad ispirare la mia concezione letteraria qui presente per poi vedersi così castrata, potei riportare dei danni psicologici medio/lievi a causa della distrazione che questo coito interrotto mi provoca da almeno un’oretta passata a riavviare tutto con un brano diverso. Prendo fiato.

Intanto Nero ha deciso che gli Iron Maiden dovevano cessare.

Hanno cessato, ora suona il telefono.

E’ destino che questo resoconto non raggiungerà mai un punto nevralgico, con la conseguenza che non capirò mai cosa mi assilla, e non risolverò il mio grave problema di clausura.

Infostrada ne fa di guai. Non solo ti chiama per venderti cose che se tu avessi voluto ti saresti andato a cercar da solo come un bravo adulto che ha i mezzi di comunicazione necessari, ma interrompe parti mentali vitali. Potrei citarli in giudizio. Ma ho il terrore di ritrovarmi a dovermi presentare in Burkina Faso nel giusto lasso di tempo di 3 giorni, per combattere contro l’avvocato dell’Imputato Infostrada che ha pronta la macchina fotografica per ritrarmi in mutande alla fine del processo.

Credo che mi terrò la mia denuncia e seppellirò questo feto di raziocinio in qualche meandro bell’asciutto del mio voler dire, di modo che con il caldo non faccia tanta puzza.

Quindi chiudo qui con la semplice constatazione che niente di fatto, torno o resto, non lo so. Continuo a trottolare.

Hasta Manana.

Hasta Siempre.

25 anime non ne fanno una

Vendredi 6 juin 2008

 

25 anime non ne fanno una dans Il Minuto di Frustrazione. canceled_small

 

Che effettaccio.

Ho appena scoperto che il concerto dei Rage del 10 Aprile scorso è stato annullato a causa della scarsa prevendita. 25 biglietti venduti. Tra quelli c’era il mio. Non bastava? Insomma, 25 stronzi che ci tengono, lo valgono un cavolo di concerto, magari poi si pigliava una birra tutti insieme appassionatamente. Se proprio-proprio volevano fare i puzzoni, una gliela offrivo io. Garantisco che arrivare davanti al portone del locale e leggere su un bigliettazzo mal stampato che tutta la tua serata, comprensiva di soldi del biglietto pisa-firenze, del volo liegi-pisa e una serie di altre cose che mi ero riproposta di fare e comprare, se ne va a farsi benedire ha un effetto piuttosto bizzarro. Li per li ridi. Poi ti ritrovi due mesi e mezzo dopo a sventolare la tua frustrazione su un blog. E meno male l’avevo già, il blog, senno’ l’avrei aperto apposta.

Mi sento sconsolata.

Ma che vi prende, metallari di tutta Italia? Vi fa schifo Firenze? [già sento le vocine in coro - No, ci fanno schifo i Rage - le sento veramente, inutile aggiungere altro.]

Posso asserire senza sbagliarmi che a distanza di due mesi e mezzo ancora rosico. E credo che, vista l’energia che ci impiego, continuero’ ad oltranza fino alla prossima data.

Quindi vi rendo tutti partecipi dei miei dolori.

Sono democratica.

Ch’.

Girogirotondo.

Mardi 13 mai 2008

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E’ domenica. Si faccia finta. Lo so che e’ martedi, ma a questa cosa ci ho pensato domenica.

C’e’ il gran premio.

Definire Gran Premio: pezzi di lamiera incollate alla meno peggio su quattro ruote, attorno al motore di un boeing 747, che girano in tondo per un sacco di tempo. Perfetto.

Cambio canale, perche’ a seguire la Formula Uno pare di stare ad una seduta di ipnosi con un branco di operai intenti a smembrare col trapano le pareti della stanza in cui ti trovi, e becco il tiggi’. Non sto a guardare se la cronologia sia stata rispettata, fattosta’ che casco sul tiggi. Di RaiUno, perche’ ripeto quassu’ solo quello si piglia. Notizia allarmante, il gas, l’elettricita’, e quanto sia legato anche in lonantanza al prezzo del petrolio, aumenteranno vertiginosamente nel giro di tre rutti fatti a pranzo. Italiani perparatevi a strozzarvi con la cintura.

La riflessione che ne segue e’ banale, lo so. Tanto banale che infatti quelli girano in tondo per ore. Ma la esplicito senza sentirmi affatto cretina.

Io, piccola stronza disoccupata senza patente perche’ prender la patente costa e la macchina costa e il carburante – ho gia’ tenuto a sottolineare – costa un’ipoteca sulla casa, devo pagare il 33 percento di gas/elettricita’/sonasega in piu’ l’anno, per fare in modo di lavarmi senza rischiare una congestione, cucinare pasti caldi per non mangiare barbabietole crude evitandomi almeno l’epatite Ci’, prendere l’autobus o andare in bicicletta per limitare il mio contributo alla frittura del pianeta su cui per forza di cose sono obbligata a vivere, e QUELLI girano in tondo? No dico. Oltretutto, da brava cittadina cosciente dei rischi che si corrono di questi tempi, faccio la raccolta differenziata. Vero. Paga anche l’affitto – mai sottoporre uno spirito pigro alla raccolta differenziata. Sul pavimento della mia cucina si stende un tappeto di sacchi blu, gialli, cartoni, cartoncini sfuggiti al laccetto di corda, bottiglie di vetro di ogni forma e colore, che ormai mi guidano verso il lavandino, seppur con indicazioni sommarie che somigliano ad un sussurrato acqua-acqua-fuoco-fuocherello-ecchela. C’e’ vita su Marte. Inoltre partecipo religiosamente ad ogni concorso indetto dalla raccolta di Pile Bebat, almeno le butto dove si deve e rischio di vincere una Toyota Hybrid so piu’ cosa, – che poi lascerei in garage perche’, ripeto, non ho idea di come si guidi -, il tutto mentre loro, sottolineo con ira, girano in tondo.

Mi faccio due conti. Il petrolio sta per finire, l’atmosfera somiglia piu’ ad un pot pourri di agenti chimici sconosciuti ai piu’, che a qualcosa di respirabile, l’estate soffriamo esibendo un numero sempre crescente di melanomi dalle forme piu’ disparate, tanto che quasi quasi il tatuaggio diventa superfluo, e c’e’ gente che non solo sta ore a bordo di carta velina che potrebbe schiantarsi da un momento all’altro sul guard rail che gli delimita il tondo in cui deve stare, ma si fa pagare caro, si fa guardare a caro prezzo, e ti divora gli ettolitri di carburante che servirebbero a te per andare a fare un lavoro serio.

Ma me la pagassero loro la bolletta. Dal mese prossimo gliela intesto.

Porta a Porta.

Jeudi 8 mai 2008

A parte Barbareschi che parla di politica. Ci siamo abituati, non sa quel che dice.

A parte Vespa che se ne sta li a guadagnare senza favellare. Siamo abituati anche a quello, sappiamo benissimo che e’ un po’ come Marzullo e sa esprimersi solo in un inadeguato: si faccia una domanda e si risponda. Sara’ la vecchiaia.

Ma ste due cretine dello stesso QI di una mucca al primo stadio di digestione, chi cacchio ce le ha mandate?

- CCioé, io penzo che ssiamo uscèndo di tèma.

- No gguarda, che ssecondo me, ssei propio te a nun capircignènte.

- No, spè.

- No, spè tu.

- Oh, non m’interrompere peppiacére. Oh, m’interrompe.

Io ho capito che abbiamo una politica vecchia come il cucco. Ma da li a infilare in parlamento delle sottospecie di soubrettes (come sono arcaica) che hanno imparato l’italiano leggendo Cioé, No, grazie. Mi viene la nostalgia di Moana Pozzi. Almeno i congiuntivi li sapeva usare. Credo.

Cioè, oh.

Ch’.

 

Linea Gotica

Jeudi 17 avril 2008

saramagolucidita.jpgCosi’ sono tornata. Per votare.

Ho disegnato una di quelle crocette che piu’ precise non si poteva. Come se nella mia crocetta fossero riassunti tutti i voti dell’Italia intera. Come se fosse un gesto pregno di responsabilita’, solenne, importante. Ci ho messo qualche secondo buono, ci ho preso le misure. Ho calcato bene perche’ la maledetta matita copiativa fosse almeno leggibile. In altri tempi non lo avrei fatto. Ho violentato un sacco di cose, con quella croce, per primo il mio disgusto e il mio odio verso gli stessi figuri che ho cosi’ precisamente scrocettato.

AH-A. Direbbe Nelson.

Un gesto inutile. Ben tracciato, ben leggibile, ma inutile. Indipendentemente dal contenuto, indipendendemente dall’esito. Quest’anno, diversamente dagli scorsi, non mi sono documentata, prima di andare a votare, non ho letto i giornali che il minimo indispensabile per accertarmi della parvenza di programmi politici che non verranno osservati, per vedere chi si candidava, sperando di scorgere facce nuove. Il minimo indispensabile per capire a cosa corrispondessero i nuovi simboletti piazzati a random sulle schede elettorali. A niente, ho dedotto. E sono andata cosi’, a cuor leggero. Sperando che tracciare la ics sul nuovo simboletto appena cogitato del « meno peggio » mi togliesse dall’imbarazzo di dover spiegare al Belgio che cristo gli prende agli italiani.

Cosi ora non esco, non ho annunciato a nessuno del mio ritorno a Liegi, non ho voglia di dare spiegazioni. Che di spiegazioni da dare ce ne sono a palate. Il gesto e’ motivato, il gesto di stendere il tappeto rosso (doh, ma che dico rosso! facciamo tappeto tout court) sotto le scarpe doppio tacco del nano. Insomma e’ come dire che a cena hai minestra riscaldata con uno sputo vecchio e minestra riscaldata con lo sputo fresco fresco. Il problema non e’ lo sputo, alla fine a quello ti sei abituato, e’ l’unica cosa che da sapore, se vogliamo, ma ti schifa ancora l’idea di vedertelo galleggiare in superficie. Allora prendi quella cosina insipida ben mescolata e non ci pensi piu’, nutrire devi nutrirti, pensi.

 

Se il problema fosse lo sputo capirei. Ma e’ palese che sia l’unica cosa che da sapore. Ci sarebbe proprio da cambiare il menu’. Ma il menu’ non lo cambi finche’ non sei saturo. Finche’ non ti scoppia la pancia. Io credevo che fossimo li li. Invece pare che l’abitudine sia una brutta bestia e che la gente si sia convinta che veramente le uniche scelte siano quelle due li’. Un po’ perche’ non vedono i menu’ degli altri, un po’ perche’ preferiscono quello che restare a digiuno. Che se vanno in osteria, mi dico, e’ perche’ di cucinare loro non hanno la benche’ minima voglia. Ne’ la capacita’ puo’ darsi. E all’oste va bene cosi’, perche’ ovvio che se non ci fossero tutti sti avventori lui starebbe colle pezze ar culo, come si suol dire.

Cosi’ chi si stufa della minestra, invece di stare a recriminare o prendere il posto dell’oste, fa come me. Prende il suo zainetto di buone intenzioni e cambia osteria. Si rifocilla in modo piu’ o meno consistente. Ma da solo. In un tavolo a parte. Che non se lo fila nessuno. Non chiacchiera, non si lamenta, sta li. Che quasi gli viene la nostalgia. Che quasi si dice ecco cosa si potrebbe fare. L’oste lo butto fuori e sta roba gliela cucino io.

Spero solo che non si abbiano le papille gustative interrotte.

 

Mi chiamo Chiara,

sono italiana. Lo sono sempre stata. Anche in belgio, lo sono. Anche mentre parlo francese e mi mescolo con i belgi, anche quando mi sbatto per prolungare il mio permesso di soggiorno e sfrutto le loro agevolazioni salariali. Anche quando sono in un bar e bevo birra belga e imparo a riconoscere i volti che mi circondano. Anche quando guardo all’Italia con una punta di disperazione e lodo certi sistemi politici di queste parti.

Sono italiana e a discapito di quanto ho sempre affermato, a discapito del fatto che detesti l’ignoranza che ci accumuna tutti agli occhi del mondo, pure quando impreco e sputo sentenze sull’idiozia di chi ci governa, pure con Berlusconi a scaldare la seggiola imbottita della presidenza del consiglio dei ministri, anche con la morte nel cuore e le tasche vuote, io sono contenta di esserlo.

E sono convinta che non c’e’ da scegliere fra minestre sputacchiate. E che la scelta non sta sulla scheda elettorale una volta ogni due anni. Io sono italiana come loro. Ho le stesse loro capacita’ mentali. Ho due mani e due gambe, un cervello che, ci insegnano, puo’ essere allenato e sviluppato, anche risvegliato dall’atrofia. E se la scienza non si sbaglia, finche’ ho tutto questo, o anche solo una di queste cose, io POSSO cambiare le cose. E se posso io possiamo tutti. Il re e’ gia’ caduto, una volta, il fascismo pure, perche’ non li abbiamo piu’ voluti. Al suo posto s’e’ formata un’oligarchia piu’ subdola e con sistemi di rigenerazione che ricordano solo vagamente un sistema democratico. Prendere atto che con la democrazia tutto questo non c’entra nulla e’ un dovere, se e’ democrazia che si vuole.

Non e’ democrazia poter scegliere tra centenari ricchissimi che in 70 anni non hanno fatto altro che mescolare le carte in tavola e passarsi la staffetta dividendosi i benefici. Non e’ democrazia quando la politica coincide con spartizione di potere ed e’ fine a se’ stessa. Non possono chiederci di scegliere fra gente che al paese non ha mai fatto un soldino di bene. E nemmeno quando infine pare che il centenario di turno si faccia da parte e invece lo scopriamo a tirare i fili dalle retrovie.

 

Se e’ democrazia che la gente vuole. Prendiamocela. Se non con le mani con il cervello, se non con il cervello con il cuore. Quello, che io sappia, non manca a nessuno.

 

Perche’ andare a cercare altrove quello che possiamo avere a casa. La barca sta affondando, sono la prima ad averla abbandonata. E ora mi rimprovero di non aver provato a far nulla. Mi sento in colpa. Ho questa orribile sensazione di pentimento. Come vi avessi detto io me ne vado, sciocchi votatori di minestre con lo sputo, arrangiatevi da soli.

E’ un paese povero, il mio.

Povero di soldi, povero di spirito, povero di sogni.

E’ un grosso flipper impazzito.

Ma e’ il mio.

E’ la mia gente.

Sono io.

Parlano come me, si muovono come me, urlano, imprecano nella mia stessa lingua. S’incazzano per le stesse cose. Regione o paese non importa. Io sti confini non li ho mai visti. Non ho mai visto nemmeno uno stato. Ho visto solo gente. Ho visto come in mancanza di una guida dall’alto riesca a regolarsi da sola. Male, forse, siamo d’accordo. Ma ci prova. Bisognerebbe canalizzarla sta volonta’. Metterla insieme. Non voglio stare a fare discorsi che suonino come « italiani di tutto il mondo unitevi » ma se c’e’ una cosa che la vita stessa insegna e’ che ci vuole consapevolezza. Ci vuole coscienza. E un gran dono di sintesi perche’ chi la possiede per primo possa spiegarla agli altri. Chi la possiede, oggi, se ne va. Cosi’ chi resta ha solo una vaga sensazione e non riesce a metterla per iscritto. Ne’ a gridarla abbastanza forte.

Siamo come un grosso bambino. Un po’ ritardato forse. Uno di quelli con i problemi di concentrazione a cui danno Ritalin vari per farlo stare quieto. Il nostro Ritalin sono i Mass Media. E noi stiamo sonnecchiando dietro ad un banco di scuola. E ci scordiamo la lezione. Ma siamo delusi frustrati e arrabbiatissimi.

E il punto di saturazione, l’allergia da sputazzo e minestra la stiamo sviluppando. Lo so. Ci voglio credere. E’ per questo che ho pronto il mio zainetto e sto sulla strada della vecchia osteria.

Per mandare in culo l’oste.

E conto di non essere l’unica.

A presto,

Ch’.

 

 

 

 

 

 

Senza Fiato

Samedi 5 avril 2008

 

 

…e senza immagine, anche. Che di immagini non ne servirebbero per spiegare. Il tempo, fuori dai vetri, asseconda questa tristezza sterminata che viaggia a 200 all’ora tra Italia, Germania, Belgio indipendentemente dalle condizioni climatiche, da ora, da giorno, da stagione. E’ un autunno costante iniziato pochi giorni fa, a discapito di come gira la terra. Iniziasse a fare piroette al contrario probabilmente sempre autunno sarebbe. Ma uno senza foglie rosse, senza tramonti da strappare il fiato, senza nemmeno quella brezza improvvisa che ti ricorda che per ogni cosa che muore ce n’e’ una che sta pronta a spuntare fuori. E’ uno di quelli piovosi, senza colori, senza tempo, di quelli che si insinuano nello sformicolare che ti agita il pensiero con l’idea che il ciclo di cose che accadono abbiano questo autunno come punto di partenza e come punto di approdo. Grigio. Si pensa comunemente che le parole possano descrivere tutto, io lo pensavo per lo meno, ne ero convinta, invece mi ritrovo a vagliare l’ipotesi, all’improvviso, che soccombano, loro pure, davanti alla forza devastante di cio’ che non posso controllare. La natura non si spiega, non te lo spieghi nemmeno tu. E ti senti come se ti avessero tagliato un braccio, o le dita, quelle sei sette, variabile, che ti servono per scrivere. E ti incazzi. Ti ritrovi volente o nolente, ma senza dubbio piu’ nolente che altro, a far parte di questa sterminata catena biologica che comprende selezioni naturali, nascite e morti di esseri piu’ o meno senzienti, l’apparizioni di creature come scarafaggi e bacarozzi, che di solito ti dici che schifo e passi oltre, invece no. E’ in momenti come questi che il bacarozzo pare abbia piu’ culo di te. E se ti passa accanto non riesci a non guardarlo con una punta di invidia. E allora ti chiedi, perche’ puoi, tu a differenza dell’invertebrato che ti sozza il pavimento, chiederti cose, Grazie Natura, ti dici, ogni tanto, grazie per aver fatto di me il padrone delle mie azioni e di avermi lasciato il libero arbitrio. Poi ci ripensi, e capisci che non e’ tanto libero, sto arbitrio e ti sfavi. Insomma, ti chiedi, Se tanto e’ cosi che le cose devono andare, quale cinica mente perversa puo’ aver mai pensato di infilare nel nostro modo di subire natura fato o quanto ci possa indirizzare nelle strade che scegliamo, credendo di scegliere, la consapevolezza di quel che accade e la possibilita’, ed e’ qui che vorresti avere il nome del responsabile e strillare forte tutte le oscenita’ a cui sei capace di pensare, di soffrirne. Insomma. Ti fanno credere di essere padrone di cio’ che ti accade, passi una vita a dirti che quel che succede te lo sei bene o male scelto, giochi a fare il dio, se vuoi, con il caso e la gente, poi PAF rieccoti sottostare a roba che da te non puo’ dipendere, la natura si riprende lo scettro e ti manda a cagare senza troppi panegirici. Fanculo. Poteva almeno evitare di farmi sentire una merda. Ti dici. E ora che ti sei convinto che un Dio non esiste non sai piu’ con chi cazzo prendertela. E con cosa ti ritrovi in mano? Con uno Zingarelli di cose da dire e non una fottutissima parola che spieghi nulla di nulla. Grazie, Zingarelli, tu almeno ci hai provato.

E’ forse piu’ la rabbia di ritrovarsi muti davanti agli eventi che accompagna le catastrofi a determinarne l’ampiezza e il vuoto che scavano, dentro. E fuori. E intorno.

Passera’. Qualche strano essere sulla terra chiamato « persona » di cui non citiamo il nome perche’ quel dono che ha lui di pensare ce l’hanno tutti, ma vediamo, e’ inutile, e raramente lo si sfrutta, lui, insomma, disse Ta Panta Rei. Panta Rei dice lui, in questa lingua che non capisco ma che qualcuno capisce e ha decifrato, offrendomi la possibilita’ di rifletterci su come si offre una tazza di té. Passera’. E non solo, dice: comunque passera’ ma in piu’ e’ servito a qualcosa. E’ testimone di un equilibrio superiore. Ti fa capire che il TUO sacrificio e’ servito a qualcosa, che non e’ tempo perso. Anche se di perso c’e’ molto di piu’.

La sofferenza. Parliamone. Questa grande e bella cosa che ti fa lacrimare, quando ti fai male. E anche le mille possibilita’ che ci sono offerte circa il « farsi male » stesso, che non e’ mai solo fisico. Questa cosa che qualcuno chiama anima, altri sentimenti, altri amor proprio altri sonasega. A che serve? Io da essere senziente, guardo il bacarozzo e mi dico, a non rifare gli stessi errori, e’ a questo che serve il dolore, no? Il bacarozzo striscia, ma in salute o malato e’ probabile che incontro alla resa dei conti ci vada perche’ tutti sti ragionamenti non se li fa. Striscia sotto al mio piede, si spiaccica. Metti ce ne sono due, l’altro non sta male e soffre perche’ il compagno ha fatto una fine ingiusta, idiota chiamatela come vi pare. Sta li. Passivo, come passivo puo’ essere un invertebrato. E cosa fa? Cinque secondi dopo lo vedi fare esattamente la stessa cosa del collega. Passa sotto al mio piede, e a quel punto che fai tu? Ti fanno schifo i bacarozzi, s’e’ detto, lo schiacchi di nuovo? Lo lasci andare sperando che abbia imparato la lezione e accolga lo scampato pericolo come una benedizione? Qualunque cosa tu faccia loro non imparano. TU si. Ecco perche’ soffri, e magari lo lasci andare perche’ ti dici che se non ci pensano da soli a qualcuno tocchera’ pure farlo. Cosi tu vedi un essere che divide con te il nome di « persona » che si fa male, e lacrimi. Poi gli dai sostegno fai che vuoi, e ti dici allo stesso tempo, mai passare sotto il piede di qualche Dio burlone. La prossima volta ci pensi tu a tutti e due, e cambi strada, magari strattonando il consanguineo e portandotelo dietro, che non si sa mai. Ma quando ad accadere e’ l’inevitabile. A che cazzo serve soffrire? Cosa impari? Che hai avuto sfiga? Che la Natura ti appioppa un paio di cosette in piu’ degli altri, evviva i sentimenti, ma poi non c’ha voglia di stare a distinguere, che un po’ di lacrime fan bene a tutti?

Come posso io, amore mio piccolo e indifeso, strattonarti via da sotto al piede di chicchessia?

Fanculo di nuovo. Quel che ho scritto non ha senso. Ma non ho da giustificarmi, nemmeno quel che accade ne ha.

E’ autunno. L’ho detto. E tanto per cambiare, piove a secchiate.

Ch’

Oblivion Ocean

Mardi 1 avril 2008

 

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La resa dei conti e’ vicina.

 

Non so quanto, ma la sento di un vicino che mi faccio paura da sola. Oggi c’era il sole. Saranno questi i rari momenti di catarsi di cui posso usufruire che mi danno una mano a far chiarezza. Il cielo si sgombra, il mio cervellino pure. Fa una paura tremenda. Sara’ che a tuffi sono sempre stata una sega. Fatto sta che pare mi spintonino su questa bella passerella, a me piace pensarmi su una nave pirata, di quelle addobbate di banidere con teschi e mutandoni strappati appesi a qualche filo.
Tanto l’acqua c’e', non oggi, ma di solito c’e’.
Sara’ che l’ora solare mi ha fornito sessanta minuti in piu’ per pensare.
Sara’ che sono stufa.
Stufa di aspettare. Di non sentirmi in grado di scegliere quel che penso mi renda felice perche’ sembra sia un atto suicida. Di stare qui e aspettare il colpo di scena. Di tenere le redini in mano. Sarebbe bello se lasciassi il timone giusto il tempo di un caffe’ e sta barca andasse avanti da sola. Ma no, il timone gira come impazzito e ti piglia a schiaffi con quegli spuntoni che si ritrova. E il caffe’ te lo puoi mettere in un posto a caso di quelli ipotizzabili. Stufa pure di dipendere dalle decisioni di una overmind nella quale oltretutto mi sono sempre rifiutata di credere.

 

Si puo’ anche dare la colpa a questo Oblivion Ocean dei Pain of Salvation che mi strazia l’anima ogni sacrosanta volta, ma non e’ colpa mia. Questo sito (riferito a Bloggers nda) funziona di merda e ora sono riuscita a collegarmi. Potevi aspettare un’altro pezzo, dici, no. Mo che ci sono lo sfrutto. Eh. Abbiate pieta’. E pazienza.

 

Ho anche il messanger che sbrilluccica come impazzito ma lo ignoro, imperterrita, non sia mai che non riesca a tirar fuori il tirabile.

 

Niente, ho ceduto.
Lo dicevo, durante l’universita’, ho la forza di volonta’ di un’aspirina in un bicchier d’acqua.
Maledizione.

 

E’ notte. Non so che cazzo di tempo faccia fuori, e francamente me ne fotto.
Passo e chiudo

 

 

 

Ch’

 

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