Archive de la catégorie ‘Preparativi di Viaggio’

Vacation

Mercredi 9 juillet 2008

Domani sera parto. Dubito avro’ molto da aggiungere tra ora e domani sera. Quindi auguro buone vacanze a chi non avro’ modo di vedere e un a-tra-poco agli altri.

 

Mamma prepara l’insalata di riso, ARRIVO!

Buona sudata a tutti.

Una canzone triste triste.

Mardi 27 mai 2008

Di solito quel che temo è essere costretta in una scelta e una soltanto. Ma mi hanno fatto notare che in mano ho un biglietto di sola andata, non sarà per l’aereo di domani, ma ho già la prenotazione pronta sul prossimo.

Avessi mille scelte ne farei una e tirerei come un treno.

Ne ho solo due, stavolta, partire o restare. E se parto è definitivo, dicono, se resto anche. Ho idea di essermi fregata benebene, nel caso in cui lasciarmi aperte più vie possibili fosse l’obiettivo principale. Era il caso.

E’ disumano trovarsi davanti a due sole scelte. Non capisco come ci possa essere gente che vive bene con l’idea che tutto sia due sole scelte e basta. Io mi ero costruita tutto un modo di vedere in cui potevo balzare da una possibilità all’altra come Tarzan nella giungla. Avevo anche acquisito un accento simile e il gridolino era ben rodato. Mi vedevo abilissima a trattare con le eventualità e ostacoli da evitare. Ero felice di aver compreso che quelli che dicono che non ci si puo’ guardare indietro non avevano capito un cazzo della vita. Invece cari quelli li’, potete prendermi abbondantemente per il culo, ora. Sono intrappolata.

Sono intrappolata in un posto, sono intrappolata in una scelta, sono intrappolata nell’idea che mi ero costruita di un futuro che non esiste più. Sono intrappolata pure nella paura di non avere un quadro affatto chiaro della situazione.

E ho il sentore di stare per lanciarmi dal trampolino in un doppio salto carpiato senza nemmeno saper nuotare. Immagino tuttavia che ci toccherà essere coerenti con le intenzioni esplicitate, senno’ poi non ti crede più nessuno. Quindi domani parto.

Cinque giorni, il tempo di respirare un po’ di noncuranza e far finta che tutto cio’ appartenga solo a questa parte di mondo.

Ho preso la scorta di pantaloni, qualche mutanda, le maglie primavera/estate per vestirsi a cipolla che non si sa mai. Ho preso un paio di penne, un quadernetto, ma spero non doverli usare. Lo spazzolino e qualche cremina per il viso di quelle che se non le dichiari in aereo manco ci fanno caso. Tutto qui. Non di più. Poi torno. Lascero’ la valigia a prender muffa con tutto il contenuto fino al prossimo viaggio.

Mi sento una sottospecie di corriere. Il problema è che non ho un cazzo da dire nè alla partenza nè all’arrivo. Un corriere che non serve a niente.

 

Spero solo che non se ne accorga nessuno.

 

 

 

 

Linea Gotica

Jeudi 17 avril 2008

saramagolucidita.jpgCosi’ sono tornata. Per votare.

Ho disegnato una di quelle crocette che piu’ precise non si poteva. Come se nella mia crocetta fossero riassunti tutti i voti dell’Italia intera. Come se fosse un gesto pregno di responsabilita’, solenne, importante. Ci ho messo qualche secondo buono, ci ho preso le misure. Ho calcato bene perche’ la maledetta matita copiativa fosse almeno leggibile. In altri tempi non lo avrei fatto. Ho violentato un sacco di cose, con quella croce, per primo il mio disgusto e il mio odio verso gli stessi figuri che ho cosi’ precisamente scrocettato.

AH-A. Direbbe Nelson.

Un gesto inutile. Ben tracciato, ben leggibile, ma inutile. Indipendentemente dal contenuto, indipendendemente dall’esito. Quest’anno, diversamente dagli scorsi, non mi sono documentata, prima di andare a votare, non ho letto i giornali che il minimo indispensabile per accertarmi della parvenza di programmi politici che non verranno osservati, per vedere chi si candidava, sperando di scorgere facce nuove. Il minimo indispensabile per capire a cosa corrispondessero i nuovi simboletti piazzati a random sulle schede elettorali. A niente, ho dedotto. E sono andata cosi’, a cuor leggero. Sperando che tracciare la ics sul nuovo simboletto appena cogitato del « meno peggio » mi togliesse dall’imbarazzo di dover spiegare al Belgio che cristo gli prende agli italiani.

Cosi ora non esco, non ho annunciato a nessuno del mio ritorno a Liegi, non ho voglia di dare spiegazioni. Che di spiegazioni da dare ce ne sono a palate. Il gesto e’ motivato, il gesto di stendere il tappeto rosso (doh, ma che dico rosso! facciamo tappeto tout court) sotto le scarpe doppio tacco del nano. Insomma e’ come dire che a cena hai minestra riscaldata con uno sputo vecchio e minestra riscaldata con lo sputo fresco fresco. Il problema non e’ lo sputo, alla fine a quello ti sei abituato, e’ l’unica cosa che da sapore, se vogliamo, ma ti schifa ancora l’idea di vedertelo galleggiare in superficie. Allora prendi quella cosina insipida ben mescolata e non ci pensi piu’, nutrire devi nutrirti, pensi.

 

Se il problema fosse lo sputo capirei. Ma e’ palese che sia l’unica cosa che da sapore. Ci sarebbe proprio da cambiare il menu’. Ma il menu’ non lo cambi finche’ non sei saturo. Finche’ non ti scoppia la pancia. Io credevo che fossimo li li. Invece pare che l’abitudine sia una brutta bestia e che la gente si sia convinta che veramente le uniche scelte siano quelle due li’. Un po’ perche’ non vedono i menu’ degli altri, un po’ perche’ preferiscono quello che restare a digiuno. Che se vanno in osteria, mi dico, e’ perche’ di cucinare loro non hanno la benche’ minima voglia. Ne’ la capacita’ puo’ darsi. E all’oste va bene cosi’, perche’ ovvio che se non ci fossero tutti sti avventori lui starebbe colle pezze ar culo, come si suol dire.

Cosi’ chi si stufa della minestra, invece di stare a recriminare o prendere il posto dell’oste, fa come me. Prende il suo zainetto di buone intenzioni e cambia osteria. Si rifocilla in modo piu’ o meno consistente. Ma da solo. In un tavolo a parte. Che non se lo fila nessuno. Non chiacchiera, non si lamenta, sta li. Che quasi gli viene la nostalgia. Che quasi si dice ecco cosa si potrebbe fare. L’oste lo butto fuori e sta roba gliela cucino io.

Spero solo che non si abbiano le papille gustative interrotte.

 

Mi chiamo Chiara,

sono italiana. Lo sono sempre stata. Anche in belgio, lo sono. Anche mentre parlo francese e mi mescolo con i belgi, anche quando mi sbatto per prolungare il mio permesso di soggiorno e sfrutto le loro agevolazioni salariali. Anche quando sono in un bar e bevo birra belga e imparo a riconoscere i volti che mi circondano. Anche quando guardo all’Italia con una punta di disperazione e lodo certi sistemi politici di queste parti.

Sono italiana e a discapito di quanto ho sempre affermato, a discapito del fatto che detesti l’ignoranza che ci accumuna tutti agli occhi del mondo, pure quando impreco e sputo sentenze sull’idiozia di chi ci governa, pure con Berlusconi a scaldare la seggiola imbottita della presidenza del consiglio dei ministri, anche con la morte nel cuore e le tasche vuote, io sono contenta di esserlo.

E sono convinta che non c’e’ da scegliere fra minestre sputacchiate. E che la scelta non sta sulla scheda elettorale una volta ogni due anni. Io sono italiana come loro. Ho le stesse loro capacita’ mentali. Ho due mani e due gambe, un cervello che, ci insegnano, puo’ essere allenato e sviluppato, anche risvegliato dall’atrofia. E se la scienza non si sbaglia, finche’ ho tutto questo, o anche solo una di queste cose, io POSSO cambiare le cose. E se posso io possiamo tutti. Il re e’ gia’ caduto, una volta, il fascismo pure, perche’ non li abbiamo piu’ voluti. Al suo posto s’e’ formata un’oligarchia piu’ subdola e con sistemi di rigenerazione che ricordano solo vagamente un sistema democratico. Prendere atto che con la democrazia tutto questo non c’entra nulla e’ un dovere, se e’ democrazia che si vuole.

Non e’ democrazia poter scegliere tra centenari ricchissimi che in 70 anni non hanno fatto altro che mescolare le carte in tavola e passarsi la staffetta dividendosi i benefici. Non e’ democrazia quando la politica coincide con spartizione di potere ed e’ fine a se’ stessa. Non possono chiederci di scegliere fra gente che al paese non ha mai fatto un soldino di bene. E nemmeno quando infine pare che il centenario di turno si faccia da parte e invece lo scopriamo a tirare i fili dalle retrovie.

 

Se e’ democrazia che la gente vuole. Prendiamocela. Se non con le mani con il cervello, se non con il cervello con il cuore. Quello, che io sappia, non manca a nessuno.

 

Perche’ andare a cercare altrove quello che possiamo avere a casa. La barca sta affondando, sono la prima ad averla abbandonata. E ora mi rimprovero di non aver provato a far nulla. Mi sento in colpa. Ho questa orribile sensazione di pentimento. Come vi avessi detto io me ne vado, sciocchi votatori di minestre con lo sputo, arrangiatevi da soli.

E’ un paese povero, il mio.

Povero di soldi, povero di spirito, povero di sogni.

E’ un grosso flipper impazzito.

Ma e’ il mio.

E’ la mia gente.

Sono io.

Parlano come me, si muovono come me, urlano, imprecano nella mia stessa lingua. S’incazzano per le stesse cose. Regione o paese non importa. Io sti confini non li ho mai visti. Non ho mai visto nemmeno uno stato. Ho visto solo gente. Ho visto come in mancanza di una guida dall’alto riesca a regolarsi da sola. Male, forse, siamo d’accordo. Ma ci prova. Bisognerebbe canalizzarla sta volonta’. Metterla insieme. Non voglio stare a fare discorsi che suonino come « italiani di tutto il mondo unitevi » ma se c’e’ una cosa che la vita stessa insegna e’ che ci vuole consapevolezza. Ci vuole coscienza. E un gran dono di sintesi perche’ chi la possiede per primo possa spiegarla agli altri. Chi la possiede, oggi, se ne va. Cosi’ chi resta ha solo una vaga sensazione e non riesce a metterla per iscritto. Ne’ a gridarla abbastanza forte.

Siamo come un grosso bambino. Un po’ ritardato forse. Uno di quelli con i problemi di concentrazione a cui danno Ritalin vari per farlo stare quieto. Il nostro Ritalin sono i Mass Media. E noi stiamo sonnecchiando dietro ad un banco di scuola. E ci scordiamo la lezione. Ma siamo delusi frustrati e arrabbiatissimi.

E il punto di saturazione, l’allergia da sputazzo e minestra la stiamo sviluppando. Lo so. Ci voglio credere. E’ per questo che ho pronto il mio zainetto e sto sulla strada della vecchia osteria.

Per mandare in culo l’oste.

E conto di non essere l’unica.

A presto,

Ch’.

 

 

 

 

 

 

Anestesia

Lundi 7 avril 2008

camraetc08.jpg

E invece oggi solo, o quasi, un’immagine. Almeno compenso lo sconforto dell’altro giorno. Anzi, altro che immagine e basta, magari scrivo un po’ di cazzi miei, cosi’ esoricizzo la strega. Che per inciso se ne sta all’ospedale sotto anestesia a biascicare parole e tentare di riapprendere l’uso della lingua, una qualsiasi. Insomma, alla fine le paure piu’ grosse accartocciano nell’ansia quelle piu’ piccole e sparendo si portano via tutto. Meglio cosi’. Almeno si respira. Insomma. Mercoledi mi ributto sull’aereo. Ho le valige da fare, peli da eradicare, e puzze da prevenire. Mi tengo occupata. Il brusio di casa si e’ ridotto ad un respiro pesante e piu’ gradevole e finalmente posso anche riconnettere le sinapsi. Mi ero addirittura quasi scordata che si vota, fra un po’. E’ per quello poi, in fondo, che affronto la solita svolazzata e mi riduco a dover mettere il liquido delle lenti a contatto dentro un contagocce. Niente deodoranti, niente dentifricio, niente cremina che rende la mia pelle un tantino piu’ liscia e idratata. Niente acqua di rose. Niente di niente. Maledetti paranoici. Questa iper sorveglianza mette a rischio la buona riuscita delle mie relazioni sociali. E giuro che di solito corro per prendere l’aereo. Prima di partire comprero’ delle praline. Di quelle che non sai mai che c’e’ dentro, ma capita che l’interno sia liquoroso. Cercateli i vostri liquidi del cazzo. Una per una. Poi pero’ me le rimettete com’erano. Perche’ e’ ovvio che la TUA bottiglietta d’acqua, il TUO deodorante, il TUO dentifricio contengono ingredienti esplosivi che tu, visto che tanto al check in devi andare ore prima, provvederai ad assemblare nei tempo morti per creare questa nuova Hiroshima una volta partito l’aereo. Per l’occasione ti porti pure i mestolini e un po’ di recipienti di coccio, col pestello, tanto devi aspettare, gia’ che ci sei fai saltare l’aeroporto. Non fa una piega. Invece LORO nei loro bei negozietti da bottigliette d’acqua a due euro il mezzolitro l’esplosivo non ce lo mettono. Non voglio sapere il fornitore che tipi di controlli subisce per scaricare tutta quell’acqua all’interno dell’aeroporto. Perche’, mi dico, se sono COSI’ paranoici con la roba degli altri l’acqua, o la fabbrica la sicurezza stessa, molecolina dopo molecolina, oppure controllano bottiglia per bottiglia, assaggiano, annusano poi danno l’occhei col pollice in su e strizzano l’occhio, infine rimettono il tappino, rinsaldano la plastica di sicurezza per farti credere che non l’ha aperta nessuno e stanno col cuore leggero. Idem coi profumi, le bottiglie di alcolici, e cose cosi’. Infatti gli uomini della sicurezza o hanno una pelle bellissima, o sono ubriachi, l’avete notato tutti no? Ma non c’e’ da biasimarli, il loro e’ un lavoraccio. Sono proprio previdenti.

Ho deciso di portare un litro di birra, in aereo, per principio. La mettero’ in comodi contenitori da 100 ml, li inseriro’ nell’utile contenitore di plastica sperando che mantenga aroma e bollicine. Poi una volta dentro offro cicchetti a tutti. Mal comune mezzo gaudio. Offro io il gaudio.

Buon sereno variabile a tutti.

 

Ch’