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Lontano dal vicino.

Lundi 22 février 2010

ovvero: come si diventa serial killer. Come si diventa cosa? Serial Killer, cazzo.
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Preambolo

Delle volte il Belgio può apparire pieno di fascino. Soprattutto se guardato attraverso le lenti di plastica della mia Holga. Vorrei poter guardare attraverso la mia Holga anche i miei vicini di casa, ma dubito che diverrebbero di colpo persone affascinanti. Sostengo piuttosto l’ipotesi che continuerebbero ad essere pazzi schizofrenici, solo leggermente plastificati.

Normalmente non credo nella fortuna, credo piuttosto al fatto che quello che uno ha lo debba alle scelte che ha fatto. Ci sono cose, però, che oltrepassano l’umana comprensione e mi portano a credere che teorie circa karma, nirvana, sfiga, macumbe, zibaldando zibaldiamo, abbiano un fondo di verità nascoste da qualche parte tra una vocale ed una consonante.

Questo perché sono trent’anni che mi capita di abitare vicino a gente che influisce in maniera negativa sulla mia vita e quella delle persone con cui abito. In parole povere, e detto con una certa schiettezza, sono trent’anni che i miei vicini di casa sono dei pazzi squilibrati, maniaci depressivi, ritardati o cerebrolesi di vario genere. Secondo i miei calcoli metafisici, nelle mia passata vita dovevo essere una vicina scassaminchia, che rispondeva molto probabilmente al nome di Genoveffa o Abelarda, ho passato tutti i miei 99 anni e mezzo (perché gli scassaminchia, si sa, non schioppano mai) con l’occhio attaccato allo spioncino del portone di casa, nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi, invece, ero portinaia di un condominio di 5 piani e mi trovavo in possesso di un volpino pettinato come Samantha Fox negli anni di gloria.

Questo sospetto mi attanaglia in questi giorni per motivi piuttosto evidenti. Mi pare d’aver già reso noto l’odio che il vicino numero 1, quello del secondo piano, porta nei miei confronti senza reale motivo e ho già spiegato l’intima passione dell’altro mio vicino di casa, quello del quarto piano, per la Filarmonica di Vienna (e prima di lui, accennai anche alla depressione suicida del precedente inquilino, sparito misteriosamente un bel giorno di maggio). Bene, non so cosa sia successo ma da un mesetto a questa parte pare che Marciò (Marcello in italiano, Mr Quarto Piano) sia di nuovo in lizza per il titolo di Novello Claudio Abbado 2010 e si senta in obbligo di condividere questa sua propensione musicale con il condominio prima di colazione, e con il quartiere subito dopo.

Per fortuna, direi, sempre che fortuna sia il termine appropriato per definire un evento simile, mi pare abbia spostato lo stereo dalla camera al salone, cosa che ha avuto un diretto impatto sul mio personale orario di sveglia e conseguente umore mattutino. Grazie a Visnù.

Capitolo I : Mata Hari

Quello che mi porta a pensare ad una macumba plurigenerazionale è la reazione della vicina dei miei genitori a questo ritorno in sella di una maledizione che pensavo essere circoscritta al solo perimetro del mio palazzo. Molto probabilmente, nella mia vita passata, ero già parte di una schiatta di portinai cacacazzi, detentori di volpini o gatti col cimurro o altre malattie contratte consciamente.

Chiamerò la mia vicina italiana, per facilitare lo sviluppo del racconto, Mata Hari, grazie alle sue acute doti d’osservazione. Bisogna precisare, con Mata, che è una vicina molto vicina. La sua casetta di marzapane, infatti, è letteralmente appiccicata alla mia casetta di tufo. Il che rende estremamente facile lo sbriciolamento di maroni reciproco. Preciso, inoltre, che Mata, un genio la Mata, ha l’intima convinzione che il rottweiler che abita con i miei genitori abbia digerito la totalità dei gattini che lei s’affaticava tanto a raccogliere dalla strada e che il suo tentativo di creare una gattara spontanea davanti al suo (e di conseguenza al nostro) portone abbia fallito a causa della fame insaziabile del nostro Fido di famiglia. Delle volte, devo ammettere, è successo che il Fido di famiglia presentasse graffi sospetti sul muso, ma la sua furbizia è talmente poco elevata che dubito sia stato il gatto a soccombere. Indipendentemente da questo, nessuno ha prove. Solo sospetti. Questi sospetti hanno permesso a Mata di sfoggiare un’arguzia micidiale, sviluppando dispetti astutissimi per rendere la vita di mia madre molto meno gradevole di quello che dovrebbe essere. Sono anni che accumula mozziconi di sigaretta davanti al nostro portone di casa. Anzi, sono quasi sicura che fumi allo scopo esclusivo di accumulare mozziconi da buttare davanti al nostro portone di casa.

Lascio dedurre in che modo lo spostamento di questi benedetti mozziconi da un tappetino all’altro abbia dato vita ad un ping pong piuttosto singolare. Aggiungo solamente che se fosse continuato ancora per un po’ sarebbe potuto entrare a pieno titolo nel novero dei giochi olimpici, insieme al curling. O in qualche guinnes dei primati dell’idiozia umana.

I miei cari parenti, per motivi indipendenti dalla presenza di Mata sul globo terrestre, hanno traslocato temporaneamente in un altro quartiere. Un bel giorno fanno pacchi pacchetti e burattini per l’occasione, e se ne vanno. Mi pare superfluo specificare che, dati i rapporti piuttosto ostici con la coppia che abita i 70 metri quardi accanto ai nostri, non si siano dati la pena di salutare cortesemente. Mata, però, cui possiamo senza troppo sbagliare attribuire almeno una parvenza di lucidità, dato che passa la sua vita sul terrazzino davanti casa per controllare come va il mondo, e poter dire a ragione veduta che così va il mondo, sa che i suoi millimetrici vicini traslocano. Lo vede. Sa leggere le scritte sui camion che vengono a prelevare mobili e sa udire le conversazioni altrui, è proprio grazie a questa evidenza che le attribuiamo con le dovute precauzioni quel quartino di intelligenza necessaria alla sopravvivenza e, all’occasione, l’appellativo di Mata Hari .

Dieci giorni dopo quel giorno ics, mia madre, seduta al tavolo della sua nuova, seppur temporanea cucina, riceve una telefonata dai carabinieri. Che potevano essere anche poliziotti ma mi piace pensare che per magagne simili siano i carabinieri a spostarsi e non poliziotti che, visto mai lo fossero, sarebbero più utili altrove.

I carabinieri, quindi, la chiamano dal suo luogo di lavoro. Le chiedono, Signora lei ha un cane? Mia madre si deve esser chiesta quante persone ricevono chiamate dalle autorità per parlare del cane che le sonnecchia di fronte, nella sua tipica ignoranza di cane. E’ un po’ la stessa sorpresa di quando ti chiama il direttore delle elementari che tuo figlio frequenta, per avvertirti che il piccolo Tommasino ha picchiato a sangue il compagno di banco. Cose così. Insomma mia madre dice che in effetti abita con un cane, che Sì, se ci tengono proprio a saperlo, è un rottweiler. Il carabiniere chiede, Signora, il suo cane è per caso scappato di casa? chiede proprio così, E’ scappato di casa? Dopo quei 30, 40 secondi di silenzio dovuti allo stupore, mia madre ha risposto, titubante, che A dire il vero, signor carabiniere, il mio cane è proprio qui davanti a me, che dorme.  Ne è sicura? Chiede, arguto, il carabiniere. Sì, sono sicura, risponde esterrefatta mia madre, Lo sente che dorme? Russa e ogni tanto fa partire qualche peto. Mia madre ha anche chiesto perché mai quell’improvviso interesse nelle sorti del nostro caro Fido familiare che non ha mai fatto male ad una mosca, anzi che non può nemmeno abbandonare il giardino di casa senza soffrire di un attacco epilettico, visto che Fido è epilettico da anni.

I carabienieri hanno difeso l’identità di colui o colei, resto vaga per la suspence, che li ha chiamati quel pomeriggio per denunciare la fuga di un pericoloso rottweiler assassino, ma è inutile anche solo stare a fare congetture o ipotizzare scenari fantascientifici, prima di giungere alla conclusione che Mata, dopo dieci giorni di pace, non sentendo più abbaiare né sgarufare in giardino, non vedendo più la cuccia, né la ciotola né altro nella loro abituale collocazione, ha logicamente concluso che Fido, (che poi è una Fida, ma soprassiedo) disgustato dal vicinato palloso, abbia impacchettato tegami e cassapanche e abbia iniziato la sua nuova vita randagia in cerca di qualche bimbo da spolpare, che il gatto lo tiene per dessert. Così, colta dalla sorpresa, nel panico del non sapere come reagire, chiama i carabinieri, ottenebrata da questa repentina catarsi.

L’epilogo è prevedibile. Maleparole, minacce di rovinare vite e ingabbiare colpevoli, accuse di malattie mentali presunte, anche se piuttosto corroborate dagli eventi e via, la vita da vicini può continuare senza intoppi.

Mia madre mi chiama, mi spiega l’accaduto, io mi altero ma senza troppo dare nell’occhio e chiedo in giro se sia possibile sciogliere gente nell’acido e farla franca. Questo prima che io incontrassi la mia futura vicina. A dire il vero avevo già dialogato con lei senza comprendere minimamente, colpa della lingua (la sua), perché conoscesse così bene la pizzeria da Giangiacomo in Piazza soppiù-come-si-chiama, che capita essere la piazza principale del mio nuovo, magnifico e apparentemente troppo idealizzato quartiere.

Capitolo 2 : Filippa

Filippa (nome in codice) la incontro all’amministrazione. Premetto che odio andare all’amministrazione, perché la gente è obbligata per forza di cose a parlarmi di argomenti che non capisco, argomenti su cui invece la gente in questione è ferratissima, il che crea un dislivello di conoscenze da cui deriva quell’atteggiamento tipico della burocrazia che pare stiano snocciolando le cose più ovvie del pianeta e i coglioni siete voi che non capite (senza tralasciare il famosissimo sguardo disgustato, barra compassionevole, dell’impiegato medio davanti al vostro sentirvi persi in una conversazione che potrebbe benissimo svolgersi in finlandese, tanto non cambierebbe quel che ne capite). Il tutto, in più, in una lingua che capisco ma che digerisco lentamente.

Filippa è l’amministrazione. Mi trovo quindi in una posizione delicatissima, in cui devo metter le cose in chiaro dall’inizio se non voglio passare per una banalissima ritardata mentale.

Filippa parla. Filippa ha una parlantina fuori dalla norma. Non lascia spazi tra le parole, biascica e tutto quel che dice ha esattamente lo stesso tono. Immaginate percepire un Vaffanculo e un Per cortesia chiuda la porta, detti sullo stesso tono e nella stessa frase. Uno si fa domande, qualsiasi sia la lingua.

Filippa fa questo, intanto. Si esprime come se avesse una palla da tennis in bocca.

Ammetto, da parte mia, di aver fatto qualcosa di non molto educato, appena entrata nel suo ufficio, ho tirato su con il naso. Avevo una goccetta e l’ho dominata così, con questo suono sgradevole che si fa quando si tira su con il naso. Cortesemente mi porge una scatola piena di Cleenex, Si serva pure, mi fa. Non so per quale bizzarro motivo, ma sciaguratamente rifiuto di servirmene. Non pensavo averne bisogno, veramente, avevo vinto la lotta e ora ero apposto. La scuote davanti a me e mi dice, di nuovo, Prenda un fazzolettino. Il tono, come avevo già premesso, era lo stesso, e quindi pensando che non avesse proprio carpito il mio rifiuto precedente, lo ribadisco. Non ne ho proprio bisogno, la goccetta è sparita e dubito di avere caccoline sparse per il naso. Ho controllato, non ne avevo.

All’ennesima scossa del pacchetto e l’ennesimo monocorde Prenda un fazzolettino, l’accontento, e velocemente.

Ammetto di essere facilmente impressionabile. Mi stupisco di un mare di cose. La psicosi è una di quelle.

Glissons, mi dico, deve spiegarti cose importanti, non mandarla a cagare forse ci aiuterà nella nostra impresa. Così mi tolgo la giacca e mi metto a mio agio, ascoltando annoiata i suoi discorsi sull’assenza di personale e se prima erano in due a ballare l’alligalli adesso sono in uno a ballare l’alligalli, e Povera me non ce la faccio più che poi perché cacchio venite tutti di pomeriggio che di mattina non c’era nessuno. Perché probabilmente, rispondo, la gente tiene altro da fare che passare le mattinate a far file all’amministrazione. Le passo i fogli da compilare, li legge, scribacchia due o tre cose sul suo blocco notes di brutta e scrutando uno dei formulari mi chiede, mentre  afferra il correttore, Qui ci va un accento? punta il dito sul nome incriminato e me lo mostra. Sì, ci va, tento di replicare. In tutta risposta Filippa con un colpo di bianchetto decide che No, non ci va più. Poi inizia a parlare in una lingua che credo fosse francese, ma senza testimoni non ci giurerei. Medito di interromperla, per chiederle delucidazioni. Lo faccio, non lo faccio, rifletto, tanto è inutile che continui  a blaterare, io proprio non la seguo, ho perso il soggetto e il predicato verbale, mi resta solo un avverbio e non ci posso fare un granché. Lo faccio. La interrompo. Scusi, non è che.

Lo sguardo da triglia della Filippa si perde nel vuoto. Attraverso una grinzolina sul viso riesco a capire che è contrariata. Poi parla.

Credo di poter affermare senza troppi indugi che nessuno mi ha mai sgridato in modo così monocorde, in tutta la mia vita. E’ partita in un soliloquio decennale sul come la gente non è capace ad ascoltare, e tutti la interrompono, e non riesce a fare il suo lavoro a causa di gente come me che sono superficiali e ascoltano solo quello che vogliono ascoltare, E mio dio oltretutto sono sola, voi venite tutti il pomeriggio e io devo per forza di cose lavorare non ce la faccio più sono sull’orlo di una crisi di nervi. Mancava poco che si buttasse dalla finestra dell’ufficio. O che ce la buttassi io.

Si zittisce e continua a cancellare con il bianchetto tutti gli accenti presenti sul formulario.

Sono straniera, le spiego, non è che non so ascoltare, è che capita che non capisca.

Ah, mi fa, ecco cos’era quell’accento.

Si, non è ritardo mentale.

Impreco. Ma silenziosamente, che non se ne accorga, ancora non ha firmato un bel niente e non vorrei mi rispedisse a casa a cercare il forumlario B 439 sul diritto di asilo dello scarafaggio del 2 piano della nuova casa. Quindi sorrido e le chiedo di spiegarmi perché, con tanta caparbietà, sta spazzando via gli accenti dal mio formulario.  Spiega una cosa che poco dopo avrei cercato di riassumere e sottoporre a deduzioni logiche. Operazione che ho applicato a tutto quello che mi è stato spiegato là dentro, sebbene fosse corredato di cerchietti su fogli, sottolineature pesanti su altri, numerini scritti su post it incollati e spillati ai fogli di prima e via dicendo. Sono uscita di lì che sembravo un venditore porta a porta di enciclopedie treccani.

Una delle tanto cose che sfuggiva alla mia attenta analisi dei fatti, uscendo, era come mai quella donna, che prima voleva pugnalarmi con la matita, ora voleva passare da casa mia per portarmi un vasetto di melassa calmante, mi avesse snocciolato il menu di Pizzeria Giangiacomo, e invitato a lasciare il dossier completo nella sua cassetta delle poste, che poi me lo spediva lei, per me questo ed altro, visto che somigliavo a sua cognata Piera che è così nature e ha questo look acqua e sapone proprio come me. Che culo.

Ho sceso le scale con quella sensazione, addosso, di quando non sai se ti conviene piangere o ridere o semplicemente passare davanti a tutti gli altri impiegati con quella faccia lì che ti ritrovi, letteralmente stropicciata dalla sorpresa e dal dubbio di aver detto o fatto qualcosa di irreparabile, senza avere la più pallida idea del come e quando.

Ho chiamato la mia dolce metà e gli ho annunciato la mia solenne intenzione di non entrare mai più nell’ufficio di quella donna. Che all’epoca non sapevo ancora si chiamasse Filippa.

Due settimane dopo ero di nuovo seduta in quell’ufficio, ma nell’altra sedia, quella più vicina alla porta. Mi ha accolto con un abbraccio. Si ricordava chi fossi, dove abitassi, come si chiamasse la mia dolce metà e probabilmente, non ho indagato per terrore, avrebbe facilmente potuto ripetermi il mio numero di telefono al contrario. E’ in quel frangente che ho scoperto che Filippa sarebbe stata la mia vicina di casa. Ho iniziato a sospettarlo quando ha tirato fuori il menu della pizzeria Giangiacomo coi prezzi, dicendomi che il signor Giangiacomo è già stato avvertito del mio imminente arrivo nel quartiere. Ne sono stata sicura quando mi ha detto che mi sarebbe sicuramente passata a trovare, visto che siamo così vicine. Mi ha anche detto che questa volta mi porterà un vasetto di mughetto.

Poi s’è spruzzata una cosa sulla lingua. Questo, mi fa mostrandomi un flaconcino sprai con dei fiori dipinti sopra e principi attivi di cui ignoro l’origine, e francamente vivo bene lo stesso, è un prodotto omeopatico contro lo stress. Mi spiega che è andata in farmacia, quella dietro la Place St Lambert, che c’è una farmacia omeopatica che vende un mare di questi sprai, c’è alla vaniglia, alla melassa, al frutto della passione, alle erbe varie addirittura a questa pianta sconosciuta che è il frumpettur che la conosce solo lei e il farmacista, perché lei senza modestie, eh, è appassionata di piante, sa proprio tutto, che poi dovrebbere interessare anche me visto che sono così acqua e sapone coi miei vestiti di lana, le ricordo tanto lo stile di sua cognata Piera che è erborista e antropologa e è perfetta e fiamminga e bella e bla bla peccato per quell’allergia alla kriptonite.

Per caso volevo che mi scrivesse le coordinate della farmacia? Magari se mi lasciava il nome e gli ingredienti di quello sprai miracolo contro lo stress mi avrebbe fatto piacere? Non sono stressata, le rispondo, sono solo spaventata. Ma questo finale di frase lo tengo per me. Lei intanto ridacchia, Ah è vero, mi fa, la stressata sono io. Risatine isteriche, mette via lo sprai, non so perché ma a partire da quel momento mi sono sentita fuori pericolo. Ora ho il suo numero di telefono, il suo recapito e il suo nome, scritti su un post it minuscolo, su uno dei fogli che mi serviranno a riempire altri formulari, in futuro, accanto ad altri post it e cerchietti e scarabocchi esplicativi, e tra poche settimane traslocherò.

Mi appello alla clemenza degli dei.

Il mattino ha l’oro in bocca?

Jeudi 29 janvier 2009

ovvero: come tentare di impiegare bene quell’oretta prima di riaddormentarsi.

 

E anche oggi ho aperto gli occhiucci ad orari improponibili. Perché mai, vi chiederete voi, miei piccoli lettori. Ve lo spiego subito. Il mio vicino ha probabilmente invitato la filarmonica di Vienna a soggiornare nel suo appartamento fino alla fine dei tempi. E siccome con Vienna si sa, il fuso orario non perdona, decidono di iniziare le prove alle seiemmezza del mattino.

Che culo! La filarmonica di Vienna!, direte voi miei spiritosi e minutissimi lettori. Mi vedo obbigata a smorzare il vostro entusiasmo per il semplice motivo che io alle seiemmezza voglio solo dormire. Dormire, poi dormire e se ci scappa dormire un altro po’.

Il mio vicino, per chi non avesse seguito le puntate precedenti è ritardato. Ma non un ritardato di quelli che dici, sarà stupido, sarà tonto, sarà che ha preso una portata in faccia ed è ancora rincoglionito, e Tu, immigrata disoccupata part time, sei insensibile e lo chiami ritardato mentre invece vedi che se pazienti poi gli passa.

No.

Lui possiede il ritardo mentale fisicamente. Lo tiene in pugno e non lo molla nemmeno cinque minuti. Talvolta prende forma di un cappellino di lana, altre del risvolto della giacca, in questi ultimi giorni ha l’inconfondibile silhouette del telecomando di uno stereo potentissimo. Infatti la filarmonica che lui crede avere adottato da una settimana circa, suona ininterrottamente mattino pomeriggio e sera, ringrazio il cielo che non sia un ritardato tira tardi. Tarattatà.

Indipercui io, da sotto la postazione delle sue casse, penso. Dal momento che oramai sono sveglia, penso, anche perché non avrei comunque ancora la forza per fare altro.  Ad essere onesti prima vengo presa da una rabbia incredibile, la stessa che mi farebbe uscire da casa in pigiama, senza pantofole e con le cipicce negli occhi col solo scopo di afferrare il vicino per i capelli e sbattergli il grugno su una delle casse, o sull’impianto stesso, nell’indecisione su entrambi. Ma non la assecondo perché nonostante il cinismo che ostento generalmente in occasioni simili, sotto sotto ho gli interni in mash mellow e mi rendo conto che potrei turbare l’insano e calmo benessere del mio vicino. Ovviamente questo turbamento potrebbe generare uno scatto di violenza sulla mia esile personcina e questo non lo vuole nessuno. Anche perché a ben guardarlo deve stare sui settanta, settanta chili e mezzo.

Quindi penso: come posso comunicare con lui senza mettere a repentaglio la mia vita? Gli scrivo un postit. Lo attacco sul muro o sulla porta sperando che il giallo dei postit non lo alteri. No, non esagero, a me il giallo dei postit da fastidio. Immagino lui si incazzi. Comunque scriverei con la penna nera, la blu potrebbe rappresentare un sovraccarico di informazioni inutili. Gli scriverei « Carissimo vicino, potresti percaso sfrattare la filarmonica? Pagherei il viaggio a tutti e 653 i suonatori. Giuro. »

Ma saprà leggere?, ho pensato in seguito.

Dilemma.

Alla fine ho optato per il trasloco. Resta solo da trovare casa.

E le brutte notizie sono lungi dall’essere finite. È appena passato l’elettricista. Gli ho aperto, ha controllato i fili del citofono. Qualcuno l’ha chiamato per aggiustare l’apertura automatica. La cosa non mi rende felice nemmeno un po’.

È vero che scendere tre piani ogni volta è una rottura di palle smisurata, soprattutto quando ti decidi ad invitare otto persone per l’annuale partita a Wanted, e le otto persone decidono di arrivare ognuna un po’ quando cazzo le pare, ma il fatto che il vicino non riuscisse ad aprire la porta al primo pincopallo che passa in strada, mi faceva, come dire, sentire un tantino più sicura. E mi permetteva di controllare i suoi spostamenti. Se scendeva ad aprire e, putacaso, il pincopallo fosse stato un aggressore sanguinario, avrei sentito le urla e avrei preso i provvedimenti necessari. Anche se a ben pensarci non avrebbe opposto resistenza. Insomma avrebbe potuto tornare comodo. Invece ora di nuovo dovrò sussultare ogni volta che sento qualcuno per le scale.

Potrei sempre uccidere l’elettricista.

Ha l’aria simpatica ed è giovane. È appena salito dal vicino. Forse avrei dovuto avvertirlo della filarmonica, ma dubito non ci abbia fatto caso da solo. Prima di salire ha detto che sarebbe tornato per vedere un paio di cose. Ma visti i tempi che corrono dubito che lo rivedrò prima di stasera.

Penserò a lui.

 

sottofondo musicale: Lord of Hate – Death Angel. Altri lo chiamano Transfert.

Lui sa. Lui c’è.

Jeudi 26 juin 2008

Io sono scovolta.

Il mio vicino è entrato in casa.

La mia.

Ieri mattina. Pensavo fosse un sogno, o di averlo immaginato. Quindi chiedo a Benja, gli chiedo, Hai sentito niente tu stamattina? Mi risponde, ma non mi pare proprio sicuro sicuro. No, non mi pare. Niente? manco che la porta si è aperta stamattina intorno alle presto prestissimo, poco dopo il tardi tardissimo?Li’ tentenna. Lo vedo, ha lo sguardo di colui al quale balena in testa l’ipotesi che in effetti il suo peggior timore possa non essere  semplicemente frutto di un dormiveglia turbolento. Ipotizza che sarà sicuramente stato al piano di sopra, ma visti i muri che paiono costruiti coi bastoncini del cremino, lo abbiamo sentito molto presente. Mi basterebbe, ma non mi risulta che la porta dei vicini strida come se stessero scannando una mandria di vitelli. Di solito stridiamo solo noi. Benja ne conviene. Ora la mattina, quando esce mi chiude il portone a chiave, che non si sa mai. Pregate che casa mia non prenda fuoco, già non trovo le chiavi in situazioni di tranquilla quotidianità,  figuratevi nel momento di panico.

Sunto: il vicino ha tentato di entrare in casa mia mentre dormivo. Ha trovato il catenaccio  messo (signor inventore del catenaccio: grazie) e ci ha rinunciato. Non puoi sbagliare di piano in un palazzo con tre piani. Non è normale. Va bene, lo riconosco. Nemmeno il mio vicino è normale. E’ piuttosto strano, parla per monosillabi con una voce che pare provenga direttamente da un qualche limbo per ritardati e soprattutto ti fissa dritto negli occhi per tutto il tempo che gli passi vicino. Un tipo del genere, a trovarmelo a casa alle cinque del mattino, ho idea che mi toccherebbe iniziare a pensare di trovarmi un’assicurazione tout risque, sperando che prevedano il rimborso per le coronarie.

A parte che è già da tempo che lo dico. Io sono convinta che lui passi le sue giornate a intercettare i miei spostamenti. Ho già notato che è in cucina quando io sono in cucina, in salone quando sono in salone, in camera quando vado a dormire. Solo che lui con tutta evidenza si sveglia prima. E ho questa teoria inattacabile sul fatto che tenti di entrarmi in casa perchè non capisce se la notte è a quell’ora che vado a dormire o mi sveglio.

Già.

Sento proprio i suoi passetti sopra la mia testa, le sedie che si spostano, o il letto che cigola quando si rigira. Cigola perchè si rigira, ovviamente. A parte la sua assistente sociale, mai viste donne dal mio vicino. Oddio, potrebbe anche essere uno di quei casi romanticissimi in cui assistente e malato si innamorano e vissero felici e contenti. Ma anche no. Fatto sta che sono l’unica donna ad avere un’ombra umana che la segue attraverso i piani. Ritardata per di piu’, altro che Lucky Luke.

E no, non sono paranoica come mi si è già fatto notare. Mi segue e basta.

Uno di sti giorni gli entro in casa per controllare, come minimo lo becco sulle scale.

Ch’

We’re fishing.

Mercredi 30 avril 2008

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Tanto per mettere un titolo che non c’azzecca una mazza. Il tempo qui e’ ritornato uno di quelli che mi tiene con l’occhio incollato all’orologio e la testa ad un pensiero fisso, che suona come un quand’arriva-l’estate. Pensiero, come lo si potra’ intuire agevolmente, che resta assolutamente privo di risposte, o forse una possibile ce ne potrebbe essere, ma non e’ un orologio ad avere la capacita’ di enunciarla. Un orologio non enuncia. Che io sappia.

In ogni modo, a parte gli orari vergognosi ai quali decido coscientemente di aprire il mio sguardo sul mondo ogni sacrosanto giorno, continuo a fare sogni estremamente persuasivi. Tentenno in modo costante e a quanto pare conferisco ad un tripudio di avverbi il compito di sottolinearlo. Ci piacciono, gli avverbi. Soit.

Annuncio grandi ritorni, poi mi ritrovo a dire sippero’-ma- forse-qui. Non e’ vigliaccheria, intendiamoci, e’ proprio che ho la sensazione di stare per buttarmi in un impresa suicida. Tornare in Italia lasciando nell’ordine, la mia sicurezza piu’ grande, la possibilita’ di lavorare e guadagnare in modo decente, la possibilita’ di diventare. Per cosa? Per starmene sola soletta in un angolo a combattere quotidianamente contro la precarieta’ e meditare una rivoluzione che non avverra’ mai. Se non in poche elette teste calde. Sotto il sole, certo, in una lingua che adoro ascoltare, siamo d’accordo, vicino a gente che mi pare sia ben disposta verso un rientro in patria, occhei.

Ma basta questo, per essere felici?

In ogni caso ho sognato di essere incastrata dentro un ascensore delle dimensioni di un metro cubo. Di legno, l’ascensore. Con una possibilita’ di uscita che era posta un tantino troppo in basso per essere considerata efficace. Pare fosse l’unico modo di percorrere l’enorme labirinto in cui mi ero spontaneamente inserita. E si spostava in su in giu’, a destra e a sinistra, mostrandomi un mare di cose, di stanze, di corridoi, e i suoni da li avevano l’effetto doppler che puo’ sembrare divertente in un inizio, ma alla lunga stanca. E tutto questo perche’ cercavo l’ingresso ad un maledetto concerto. Lo stesso a cui dovevo andare a Firenze ad Aprile. E che mi hanno annullato sotto al naso. Credo di aver rosicato piu’ di quanto non pensassi. Insomma in quest’ascensore mi ci ha messo un tipo che mi diceva FIDATI FIDATI. E io mi son fidata. Brava polla.

Al mio risveglio la mia posizione era degna del miglior imbalsamatore. Una mummia, ve lo giuro, avrebbe avuto una postura piu’ scoliotica della mia. Dritta con le braccia lungo i fianchi e le gambe letteralmente annichilite, sentivo i nervetti scattare sotto ogni tentativo di movimento. Colpa dell’ascensore. Ora non so bene come interpretare il tutto. O il mio corpicino mi richiedeva via immagini poco subliminali di cambiare posizione, o l’ha assunta modellandosi al mio fantomatico ascensore mentale. Come vorrei avere tutte le risposte. E che ci sia un animapia, nel mondo, a cui porre la giusta domanda per avere la giusta risposta. Io ce l’ho, la domanda: « Vado bene per la Felicita’, di qui? » e lui dovrebbe potermi rispondere un cosa come « Si, continui a dritto, dietro la Pizzeria. ».

La pizzeria dovrebbe essere Il Babba’. Cosi ci parcheggio dietro e mi delizio nell’attesa. Nella mia fantomatica macchina da poter guidare senza patente.

Il sogno era condito, in ordine sparso, anche da un omicidio, una passatina veloce in un ristorante che somigliava piu’ ad una mensa, uno scazzo per un furto di cibo da parte della mia dolce meta’ che mi ha suscitato una reazione spropositata, e una passeggiata in un supermercato. Ma del supermercato non sono sicura. Potrebbe essere una roba vecchia che mi si ripropone or ora tanto per fare numero. Odio i supermercati.

Ci aggiungo anche un risveglio tormentato dall’alto volume della musica (classica) con cui il mio nuovo vicino decide quotidianamente di allietare le giornate di tutto il palazzo. Deve aver capito che il riverbero delle scale si adatta alla propagazione dei suoni.

Tanto per rendere note le evoluzioni che animano le mura del mio palazzo: il nuovo coinquilino e’ strano. Credo abbia dei problemi mentali. Ma veri, non perche’ abbia fatto qualche idiozia che il mio cinismo avrebbe prontamente etichettato ritardo mentale. E’ proprio strano. E la cosa non mi preoccuperebbe, se non fosse stato in grado di aprire il portone di ingresso a due perfetti sconosciuti che vista l’ora e il trascorso notturno avevano anche le sembianze di due perfetti malviventi. Lo so perche’ i due perfetti unsaccodicose erano amici miei, ma lui non poteva saperlo. Chiusi fuori casa mentre dormivo, dopo una notte all’addiaccio in un paese in cui la primavera tiene temperature miti come lo zero assoluto. Me li sono ritrovati nel soggiorno al mio risveglio. Ho sentito tirare lo sciacquone del cesso e mi sono un po’ insospettita, considerata la mia assoluta sicurezza di essere completamente sola. Loro erano sollevati e felici di ritrovarsi al calduccio, si vedeva da sotto le occhiaie scavatissime e i visi emaciati. Il mio  » ‘cazzo ci fate qui », invece, mostrava una profonda sorpresa e sottolineava una preoccupazione che giuro, mi accompagna tutt’oggi. Controllo sempre, ora, se tante volte non ci sia gente in soggiorno, quando mi sveglio. Al limite gli preparo un caffe’.

Il mio nuovo vicino fiducioso negli altri.

Non saluta mai, ma so che si fida di me, ora.

Si fida di chiunque, io non faccio eccezione, a rigor di logica.

E’ una bella cosa, no?

Gia’.

 

Devo far mettere un nuovo chiavistello al portone di casa.

Ch’.